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L’Italia, sebbene uscita vittoriosa dalla Grande Guerra, viveva il ritorno alla pace con la psicologia di un paese sconfitto. Il mito della “vittoria mutilata,” originato dalle frustrate ambizioni imperiali del gruppo dirigente liberale, segnò profondamente l’opinione pubblica italiana del primo dopoguerra. Ben prima dell’avvento del fascismo quindi lo stato d’animo nazionale era critico verso il nuovo assetto europeo uscito dalla pace di Versailles e quello che veniva vissuto come il mancato riconoscimento delle aspirazioni italiane. Furono soprattutto i reduci e le loro aspettative a condizionare pesantemente la vita politica e sociale del dopoguerra. La crisi economica ed occupazionale che attraversava il paese, l’incapacità da parte dei governi liberali di dare sbocchi politici positivi alla crisi e il declino della vecchia classe dirigente che aveva guidato il paese durante il primo scorcio del XX secolo aprivano una breccia nella quale sembravano affacciarsi ipotesi rivoluzionarie, rafforzate dalla vittoria dei bolscevichi in Russia. A Parma il fronte c>he aveva sostenuto l’entrata in guerra dell’Italia era stato robusto e aveva finito per coinvolgere importanti ambienti democratici e settori delle organizzazioni operaie. Furono soprattutto i sindacalisti rivoluzionari della Camera del Lavoro di borgo delle Grazie, in Oltretorrente, a guidata l’interventismo di sinistra, a teorizzare la “guerra rivoluzionaria”. Inizialmente le aspirazioni per una rivoluzione nazionale, nel nome di Filippo Corridoni, eroe dell’interventismo di sinistra caduto durante la guerra, sembrarono poter costituire una forza politica forte e in grado di rispondere alla volontà degli ex combattenti e delle giovani generazioni di imprimere un mutamento politico nel paese, in alternativa sia ai socialisti che ai liberali. Ma ben presto il quadro politico generale si complicò ulteriormente e la coesione tra le organizzazioni che si erano riconosciute nell’interventismo di sinistra venne meno. Il panorama politico, nazionale e local??se, subì comunque forti mutamenti. Le “vecchie” organizzazioni politiche furono segnate da lacerazioni interne e spinte innovatrici che finirono per minarne consenso e prestigio. Il settore liberale, diviso in varie correnti, non sembrava potere reggere alle spinte rivendicative e rivoluzionarie che attraversavano la società italiana uscita dalla guerra. Preoccupati di mantenere i legami con le associazione degli ex combattenti, con il ceto medio urbano, con gli agrari, con la borghesia in genere, i notabili liberali che avevano costituito l’elite politica dall’unità d’Italia in poi finirono per smarrire il proprio ruolo e cedere, sostanzialmente, di fronte all’incalzare del movimento fascista, che dopo il 1920 si propose come nuova organizzazione dei ceti medi, difensore della proprietà privata, dell’ordine e dello stato. Il Partito socialista subì anch’esso le lacerazioni del dopoguerra. I socialisti di Parma ripresero il proprio posto tra le maggiori forze politiche in città e in provincia, raccogliendo adesioni tra la classe lavoratrice e tra la borghesia illuminata e riformisti, grazie al prevalere dell’anima riformista in gran parte delle sue sezioni. Malgrado le spinte rivoluzionarie di alcune correnti, i socialisti rimasero la formazione di sinistra più rappresentativa sul piano elettorale e organizzativo, grazie soprattutto alla rete delle cooperative, delle Camere confederali del lavoro e delle sezioni politiche, che li portarono alla guida di numerose amministrazioni locali nel dopoguerra, contro le quali si scatenò la violenza fascista (1921-1922). Il movimento cattolico che nel dopoguerra aveva dato vita al Partito popolare, raggiungendo buoni livelli di consenso anche a Parma, fu anche esso preso dal dilemma di come comportarsi nei confronti del nascente movimento fascista. Settori del Partito popolare erano convinti, alla pari dei liberali, che il fascismo, una volta istituzionalizzato, non avrebbe più rappresentato un pericolo serio per la democrazia italiana. Non tutti la pensarono così e in??s molte realtà locali i popolari si schierarono con le forze antifasciste. Così fecero i cattolici dell’Oltretorrente, che combatterono a fianco degli antifascisti nell’agosto del 1922; fra questi Ulisse Corazza (consigliere comunale per il Partito popolare), ucciso negli scontri Tra i movimenti politici nuovi vi era il Fascio di Combattimento (nel 1921 diventerà Partito nazionale fascista) che a Parma venne costituito il 23 aprile 1919 (il secondo in Italia dopo quello di Milano). Per gli uomini del Fascio di Parma l’impresa dannunziana di Fiume divenne il punto di riferimento per l’azione politica e finì per mantenere il neonato Fascio saldamente ancorato allo schieramento corridoniano anche quando le scelte nazionali del movimento fascista accantonarono la pregiudiziale “interventista di sinistra” delle origini. L’occupazione di Fiume da parte di Gabriele D’Annunzio e dei suoi volontari nel settembre 1919, rappresentava l’episodio più clamoroso che mise in crisi gli assetti internazionali dell’Italia, e quindi del governo liberale. Si inaugurava un modello, ambiguo e fortemente destabilizzante, che diventerà fonte di ispirazione per il sovversivismo reazionario del nascente movimento fascista. L’uso della violenza divenne uno strumento essenziale per l’azione delle squadre fasciste e per l’affermazione del fascismo nei paesi e nelle città italiane, mettendo a nudo le ambiguità e le fragilità dello stato liberale di fronte all’illegalità diffusa dell’azione del partito di Mussolini. A contrastare il movimento dei Fasci, soprattutto dopo il 1920, si mobilitarono numerose forze politiche, vecchie e nuove, che in nome della difesa dei lavoratori e della classe operaia divennero protagoniste della scena politica locale. Innanzitutto le tre organizzazioni sindacali (riformista, sindacalista rivoluzionaria e anarchica) che ebbero un ruolo centrale nell’organizzare la difesa antifascista. Dopo anni di divisione, le tre centrali sindacali, pur conservando la propria identità trovarono un’intesa in difesa dei ??slavoratori contro lo squadrismo fascista, ritenuto strumento degli interessi degli agrari. Tra le altre formazioni politiche nuove, vi fu la frazione comunista, costituita a Parma nel novembre 1920, per poi diventare partito autonomo dopo la scissione dal Partito socialista al congresso di Livorno nel 1921. La nuova formazione poté contare soprattutto sull’adesione dei giovani lavoratori del proletariato insediato nei borghi popolari. Sul piano teorico la discussione nel piccolo ma combattivo partito di Parma, si riduceva sostanzialmente al dibattito su come contrastare concretamente le squadre fasciste. Il punto di riferimento sembra essere stato il deputato Guido Picelli, socialista che aderirà successivamente al Partito comunista. Protagonisti durante la campagna interventista, i repubblicani di Parma, altra formazione ridotta ma attiva, si trovarono anche dopo la fine della guerra in rapporto stretto con la Camera del lavoro sindacalista rivoluzionaria. Caduta la prospettiva della rivoluzione nazionale, l’anima democratica del sindacalismo rivoluzionario diede vita al Partito repubblicano che si schierò nel campo antifascista. Protagonista assoluto di questa fase fu Umberto Pagani, che sarà in seguito perseguitato dal regime fascista col carcere e il confino. Presente nella storia del movimento operaio di Parma fin dalla fine del XIX secolo, anche il piccolo gruppo anarchico partecipò alla lotta contro lo squadrismo fascista tra il 1920 e il 1923. Radicati soprattutto nei borghi popolari, ma presenti anche in provincia, come a Sala Baganza, gli anarchici presero parte ai combattimenti durante le cinque giornate del 1922 tra le fila degli Arditi del Popolo, soprattutto nelle squadre del quartiere Naviglio-Trinità, comandate dall’anarchico Antonio Cieri. Di fronte alla calata su Parma di diecimila squadristi, i quartiere popolari resistono; i fascisti subiscono lo smacco di vedersi battuti sul piano militare ma anche di constatare che le autorità di Parma non sono disponibili ad appoggiare apertamente la??s loro azione. Anzi sarà l’intervento del generale Lodomez e del prefetto Fusco a porre fine all’assedio fascista e indurre alla ritirata generale le camicie nere, sancendo la vittoria, almeno a Parma, della resistenza antifascista. In Italia il fascismo passerà e l’esempio di Parma rimarrà quasi unico per organizzazione e per dimensione ma gli effetti di quella sconfitta peseranno sullo sviluppo del fascismo in città, che soffrirà di mancanza di autorevolezza, di leader all’altezza delle altre province e di potere nei confronti dello stato centrale, mentre resterà viva la memoria della “battaglia d’agosto” nella rielaborazione politica del movimento antifascista clandestino durante tutti i difficili e lunghi anni della dittatura.

 

 

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