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Al censimento del 1921 Parma (o meglio il comune
di Parma, che allora comprendeva soltanto quello che oggi chiamiamo
il centro storico più una ristretta fascia circostante, quindi un
territorio quasi esclusivamente urbano) contava 57.000 abitanti.
Dieci anni prima ne aveva 51.000 e nel 1901 48.500. Dopo la lunga
stasi ottocentesca anche a Parma si manifestavano i sintomi di quella
fase di sviluppo che in Italia prese il nome da Giovanni Giolitti
e sul piano locale dal sindaco Giovanni Mariotti. All’incremento
demografico si accompagnava una crescita urbanistica finalmente
al di là dei vecchi bastioni cinquecenteschi allora da poco demoliti
ma il cui tracciato è tuttora riconoscibile nei grandi viali di
circonvallazione. Nella zona nord, climaticamente meno accogliente,
si era sviluppato (in buona parte nel territorio dell’allora comune
di Cortile San Martino) il quartiere operaio di San Leonardo, dove
erano sorte numerose fabbriche, in primo luogo, nel 1903, la vetreria
Bormioli, che nel 1913 aveva trecento dipendenti. A sud, verso la
Cittadella, si andava invece estendendo un quartiere residenziale
di ville e villette per benestanti. Le linee del tram elettrico,
aperte nel maggio del 1910, venivano incontro all’esigenza di mantenere
connessa una città in espansione. Tuttavia la fisionomia della vita
urbana era data ancora dal centro storico, topograficamente e socialmente
diviso in due: a ovest il quartiere dell’Oltretorrente, detto anche
“Parma vecchia”, compattamente popolare, nei cui borghi spesso fatiscenti
si erano integrati, dalla fine dell’Ottocento, contadini espulsi
dalla terra ed emigranti montanari, attratti dalle possibilità di
lavoro offerte dallo sviluppo edilizio; a est quella che era la
sede più antica della città, ma che veniva chiamata “Parma nuova”
proprio per il suo aspetto più moderno e decoroso, abitata in prevalenza
dai diversi ceti borghesi, dove si trovavano (e ancora in gran parte
si trovano) le sedi dei poteri istituzionali. In Parma nuova però
la composizione sociale non presentava la compattezza di Parma vecchia:
in particolare (tralasciando la zona malfamata dei bordelli tra
borgo Tasso e borgo San Silvestro) il margine nord-orientale, con
fulcro in borgo del Naviglio, aveva caratteri popolari simili all’Oltretorrente.
La netta divisione e contrapposizione del centro storico in quartieri
popolari e quartieri borghesi (due città in una città) rappresenterà
una base materiale di fondamentale importanza per la resistenza
delle barricate nell’agosto del 1922. Nel primo quindicennio del
ventesimo secolo Parma aveva assistito, oltre che all’incipiente
industrializzazione, a una notevole attività di lavori pubblici
(sotto forma sia di servizi che di edilizia) che adeguavano la città
alle esigenze modernizzanti del secolo: nel 1900 vennero inaugurati
il nuovo acquedotto e il nuovo macello, tra il 1901 e il 1903 i
ponti Verdi e Italia, nel 1906 lo stabilimento dei Bagni Pubblici
sul Lungoparma, nel 1907 l’albergo Croce Bianca in piazza della
Steccata, dove si insediò poi il comando fascista nell’agosto del
1922, nel 1909 le nuove Poste, nel 1910 le linee tramviarie urbane
e foresi (che si aggiungevano ad altre tramvie a vapore foresi),
nel 1913 il supercinema Orfeo, per ricordare solo gli eventi maggiori.
Le crisi economiche nazionali del 1907 e del 1913 ebbero nel complesso
scarsa risonanza nel Parmense, ancora poco industrializzato rispetto
al triangolo Milano-Torino-Genova. Nella nostra provincia la produzione
della ricchezza restava, e resterà ancora a lungo, prevalentemente
legata all’agricoltura (che nel 1921 occupava circa 116.000 individui
contro 37.500 occupati nell’industria, più della metà concentrati
nel capoluogo), alla trasformazione dei prodotti agricoli e alle
industrie metalmeccaniche, per lo più piccole, che producevano macchinari
necessari a questa trasformazione. Non molto rilevanti erano le
attività industriali negli altri settori: a Parma le già ricordate
vetrerie Bormioli, qualche mobilificio, qualche scatolificio e poco
altro, a Borgo San Donnino (oggi Fidenza) e a Castelguelfo alcune
industrie chimiche, più diverse fornaci diffuse in tutta la provincia.
A livello artigianale o semiartigianale, nonostante la numerosa
manodopera impiegata, restavano i laboratori di scarpe e di busti
femminili (questi ultimi andati in crisi con le mutazioni della
moda nel dopoguerra) presenti per lo più nell’Oltretorrente. Anche
il Parmense risentì delle conseguenze dell’entrata in guerra dell’Italia
nel maggio del 1915, pur senza le notevoli modificazioni avvenute
nelle zone più sviluppate. I problemi vissuti dalla popolazione
parmense furono di natura generale: inflazione che erodeva i redditi
fissi, difficoltà di rifornimento di materie prime (col tempo le
tramvie locali cessarono quasi di funzionare per mancanza di carbone)
e in città anche di generi alimentari, debilitazione fisica diffusa
e aumento delle malattie (anche a Parma nel 1919 infuriò la “spagnola”)
e naturalmente la mobilitazione per il fronte dei giovani uomini
e la loro sostituzione al lavoro, in città e in campagna, da parte
di donne e ragazzi. Le difficoltà finanziarie provocarono il blocco
dei lavori pubblici (vennero rinviati, ad esempio, il completamento
del nuovo ospedale, inaugurato nel 1925, e quello del grandioso
monumento a Verdi, inaugurato nel 1920); ciò non comportò al momento
problemi di disoccupazione, a causa della carenza di manodopera
provocata dalla guerra ma creò alcuni presupposti per difficoltà
postbelliche. Nel Parmense solo poche industrie vennero dichiarate
“requisite” per le esigenze belliche ma parecchie, soprattutto alimentari,
usufruirono di notevoli commesse militari, senza però che questo
rappresentasse uno stimolo per la modernizzazione degli impianti
e della produzione. Le modificazioni nel tessuto economico e sociale
avvengono comunque in tempi lunghi, anche se risentono di fasi brevi
e convulse come quelle belliche e postbelliche. Il ceto possidente
parmense del dopoguerra si presenta ancora, nonostante i notevoli
cambiamenti intervenuti, come una borghesia prevalentemente agraria
o comunque legata alla trasformazione dei prodotti agricoli, in
difficoltà di fronte alle mutazioni in atto ma che per affrontarle
non volgeva lo sguardo a soluzioni di tipo squadristico, continuando
invece a mantenere come riferimento l’ideologia e l’organizzazione
della potente Associazione Agraria Parmense, quella che aveva avuto
il sopravvento nello sciopero del 1908. Sul fronte opposto gli uomini
che tornavano dalle trincee non solo rimanevano delusi nelle aspettative
(Parma era stata una città fortemente interventista) ma si trovavano
di fronte a grosse difficoltà di reinserimento nel lavoro, vedevano
salari e stipendi drammaticamente erosi dall’inflazione e in generale
subivano condizioni di vita che apparivano peggiorate rispetto al
periodo prebellico, il tutto in un quadro politico e psicologico,
questo sì, profondamente mutato. Come tutta l’Italia (e si potrebbe
dire tutta l’Europa) anche Parma e il Parmense apparivano più che
mai spaccati in due ma con una storia (recente e meno recente) molto
peculiare, che ebbe una influenza determinante sulla peculiarità,
per non dire unicità, degli avvenimenti parmensi dell’agosto 1922.
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