Aimi Alcide, ras fascista della Bassa Parmense (Polesine Parmense, Parma, 1896 - Como 1960). Ex seminarista ed ex guardia regia, dopo aver partecipato alla prima guerra mondiale col 142° Fanteria, nel 1921 fondò il Fascio di Busseto e venne presto riconosciuto come ras delle squadre nere della Bassa Parmense. Fondatore con Davide Fossa dei Sindacati economici fascisti nella provincia e in stretto contatto con Roberto Farinacci, ras di Cremona, guidò le azioni squadriste contro le organizzazioni del movimento socialista nella Bassa, culminate il 6 agosto 1922 nella distruzione della Cooperativa di Fontanelle. Le sue posizioni intransigenti lo spinsero progressivamente ai margini del fascismo parmense. Membro del primo Consiglio direttivo della Confederazione Nazionale dei Sindacati Fascisti, fu commissario straordinario dei sindacati fascisti di Firenze e segretario generale di Massa e Carrara. Nel 1929 venne trasferito a Mantova, dove si occupò di sindacalismo integrale.

Balbo ltalo, ras fascista e dirigente del Pnf (Quartesana, Ferrara, 1896 - Tobruk, Africa settentrionale, 1940). Nel 1915 si arruola volontario per la Grande guerra, dove diventa sottotenente degli Alpini e poi, nel 1918, comandante del battaglione “Pieve di Cadore” degli Arditi, conquistando due medaglie d’argento e una di bronzo. Nel 1920, a Ferrara, divenne il capo più in vista del fascismo agrario e squadrista e dopo aver sottomesso nel luglio del 1922 le province di Ravenna e Forlì, in agosto capeggiò la spedizione contro Parma, ma si trovò invece di fronte, armati e risoluti, gli Arditi del Popolo di Guido Picelli. Il 5 agosto guidò personalmente un attacco all’Oltretorrente da via Farnese, ma venne fermato dall’esercito. In ottobre progettò una nuova spedizione su Parma, che doveva avere caratteri apocalittici, ma l’imminenza della Marcia su Roma, che lo vide tra i quadrumviri, cambiò i programmi. Nel 1929 fu Ministro dell’Aeronautica e nel 1934 venne nominato governatore della Libia, in sostituzione di Badoglio. Nel 1938, d’accordo con Galeazzo Ciano, esortò il regime fascista a non imitare il nazismo nella campagna antisemita, e durante la seduta del Gran Consiglio fascista si oppose alle leggi razziali. Nel giugno del 1940 venne abbattuto per errore dalla contraerea italiana nel cielo di Tobruk. Nel 1933 era divenuto celebre in tutto il mondo per aver trasvolato l’Atlantico con una squadriglia di idrovolanti; riferendosi a questa impresa, l’orgogliosa memoria dell’agosto del 1922 fece scrivere sui muri dell’Oltretorrente: “Balbo t'é pasé l'Atlantic mo miga la Perma”.

Balestrazzi Giuseppe, presidente dell’Associazione Mutilati e Invalidi di Guerra di Parma (Parma, 1893 - Roma, 1983). Nel 1917 Balestrazzi, sottotenente, venne ricoverato nell’Ospedale di Parma per una grave mutilazione al braccio sinistro, conseguenza di una ferita riportata al fronte. Il 17 aprile di quello stesso anno, Priamo Brunazzi, un altro mutilato di guerra, con pochi altri fondò l’Associazione dei Mutilati e Invalidi di guerra a Parma quasi contemporaneamente alla nascita dell’Associazione Nazionale in Milano. Appena uscito dall’ospedale, Balestrazzi si affiancò a Brunazzi, che l’anno seguente gli affidò la segreteria dell’ente appena costituito. I due diedero un impulso straordinario alla nuova istituzione, dichiaratamente apolitica, che trovò consensi in ogni strato sociale della città e della provincia. Infatti, Parma e provincia diedero alla prima guerra mondiale un contributo notevolissimo. I combattenti parmensi furono 42.600. Di essi 1.089 caddero sul campo, 1.718 perirono per ferite, 1.800 per malattie riportate in guerra, 420 in prigionia. I dispersi furono 673, i feriti oltre diecimila. La nuova associazione ottenne immediati consensi, tanto che dopo un solo anno di vita poté vantare circa duemila iscritti e già pubblicava un suo settimanale intitolato “La libera parola”. Nel 1919 Brunazzi dovette, a causa delle sue sofferenze fisiche (aveva perduto in guerra entrambi i piedi), rallentare il ritmo del suo lavoro, cosicché il peso della direzione della associazione si riversò in gran parte sulle spalle del che, nel 1920, Balestrazzi divenne presidente effettivo, rimanendo Brunazzi presidente onorario. Nel 1947 Balestrazzi fu uno dei promotori della fondazione in Parma dell’Istituto per la rieducazione dei mutilatini di guerra. Trasferitosi a Roma, Balestrazzi si dedicò a rivivere fatti e memorie della sua vita.

Balestrazzi Umberto, dirigente dell’Unione Sindacale Parmense (Parma, 1885 - 1970). Di professione sarto, fu attivo sin dai primi anni del secolo nelle organizzazioni giovanili socialiste. Nel 1906 era segretario del circolo di Parma. Nel 1907, in contrapposizione alle posizioni socialiste, si schierò a favore della linea sindacalista-rivoluzionaria di Alceste De Ambris. Assunse poi incarichi nella Camera del Lavoro di borgo delle Grazie, ma nell’agosto del 1907 venne arrestato e condannato per la partecipazione agli incidenti scoppiati dopo una manifestazione anticlericale. Dal carcere uscì solo nel maggio del 1908, giusto in tempo per prendere parte allo sciopero agrario. Trasferitosi in Francia entrò in contatto con le organizzazioni operaie ed ebbe modo di conoscere Jean Jaurès, il leader del socialismo francese. Tornato a Parma nel 1914, si dissociò dalla direzione sindacalista, favorevole all’intervento dell’Italia nella Prima guerra mondiale. Insieme a Mario Longatti, Casimiro Accini, Lodovico Saccani, Dante Vecchi e Alfredo Veroni, Balestrazzi diede vita a un organismo di coordinamento dei sindacalisti neutralisti. Da questi gruppi, a guerra finita, nacque l’Unione Sindacale Parmense che ebbe come suo giornale “Il Proletario”. Egli, amico di Giuseppe Di Vittorio e di Guido Picelli, collaborò anche al periodico “L’Ardito del Popolo”. Andò poi orientandosi verso il Partito Comunista.

Berenini Agostino, senatore (Parma, 1858 - Roma, 1939). Da giovane fu monarchico e fece parte della cerchia moderata di Alfonso Cavagnari. Alla morte di questi, nel 1881, aderì con entusiasmo alla scuola giuridica positivista e si avvicinò poi alla democrazia radicale. Per diversi anni la sua carriera accademica ne fu intralciata ma nel 1901 riuscì a diventare ordinario di Diritto e procedura civile all’Università di Parma e poi rettore dal 1919 al 1925. Fu inoltre celebre avvocato e penalista. Alle elezioni del 1892 venne eletto deputato del collegio di Borgo San Donnino (oggi Fidenza) come socialista, anche se per formazione e mentalità rimase sempre un massone democratico-sociale. Venne rieletto deputato per otto legislature fino al 1919 e divenne il referente istituzionale della robusta intelaiatura riformista che anche grazie a lui si sviluppò nel suo collegio elettorale. Nel 1912 era uscito dal Psi e aveva seguito Bissolati nella sua evoluzione democratico-interventista. Nel 1917 divenne Ministro della Pubblica istruzione nel governo Orlando. Nel 1921 non venne rieletto ma poco dopo Giolitti lo fece nominare senatore. Incontrò, soprattutto a livello locale, l’ostilità dei fascisti, che lo costrinsero alle dimissioni da rettore dell’università. Si ritirò allora a vita privata, anche se all’epoca della guerra d’Etiopia manifestò simpatie per il regime.

Beseghi Umberto, presidente dell’Associazione Nazionale Combattenti di Parma (Parma, 1883 - Bologna, 1958). Poco più che ventenne, vinse il concorso al posto di cancelliere giudiziario per la Pretura di Parma. Passò poi a quella di Orbetello, quindi al Tribunale di Ravenna e infine alla Procura Generale di Bologna. Fino allo scoppio della prima guerra mondiale, esercitò attivamente anche il giornalismo quale corrispondente di giornali politici e come direttore del quotidiano locale “Il Presente”. Fu tra i fondatori del Sindacato Corrispondenti Giornalisti e della Sezione Parmense dell’Associazione Nazionale Combattenti, della quale assunse per primo la presidenza. Per divergenze d’ordine politico, l’Associazione Nazionale Combattenti venne presto disciolta e ricostituita con altre direttive statutarie e Umberto Beseghi allontanato da Parma per Orbetello. Da questo momento la sua attività extra professionale fu tutta rivolta al soddisfacimento della sua passione letteraria.

Botti Giovanni, segretario del Pnf di Parma nell’agosto 1922
Cieri Antonio, antifascista e dirigente anarchico (Vasto, Chieti, 1898 - Huesca, Spagna, 1937). Ufficiale durante la Grande Guerra e più volte decorato, nel dopoguerra divenne un dirigente del movimento anarchico ad Ancona. Impiegato come disegnatore tecnico presso le Ferrovie dello stato, giunse a Parma nel 1921. Protagonista, come comandante degli Arditi del Popolo del rione Naviglio, durante le cinque giornate dell’agosto del 1922 partecipò alla difesa vittoriosa dei quartieri popolari dall’attacco delle squadre fasciste. Esonerato dalle Ferrovie nel 1923 e costretto all’esilio, nel 1925 giunse a Parigi dove proseguì nella sua attività tra le fila anarchiche, fondando il periodico “Umanità Nova”, di cui fu per lungo tempo redattore. Nel 1936 si trasferì in Spagna per partecipare alla guerra civile spagnola nelle file delle Brigate internazionali. Prese parte alla costituzione della colonna italiana che comandò dal dicembre 1936 fino all’aprile 1937, quando cadde in combattimento.

Conforti Guido Maria, vescovo di Parma (Parma, 1865 - 1931). Divenne sacerdote nel 1888 e nel 1895 fondò il Seminario Emiliano per le Missioni Estere, da cui, quattro anni dopo, partirono i primi due missionari per la Cina dove era in atto la rivolta dei Boxer, ma la spedizione finì tragicamente. Nel 1901, consacrato vescovo, venne inviato a reggere la diocesi di Ravenna. Dopo quasi due anni rinunciò per malferma salute e rientrato a Parma si dedicò in particolare allo sviluppo dell’istituto missionario. Nel 1904 fu nominato vescovo di Stauropoli (Turchia) e, nel 1907, Pio X gli diede l’incarico di coadiutore del vescovo monsignor Francesco Magani di Parma, con diritto di successione. Dopo la morte di quest’ultimo, infatti, nel 1908 Conforti prese possesso della diocesi di Parma, reggendola ininterrottamente fino alla morte. Ebbe un ruolo fondamentale anche nella vita politica e sociale del Parmense, soprattutto durante le tensioni sociali degli scioperi agrari del maggio 1908 e nei momenti difficili dell’espansione del movimento fascista, nel 1921-22, mediando fra le opposte fazioni.

Corazza Ulisse, antifascista e consigliere popolare (Parma, 1895 - 1922). Nato nel popolare quartiere dell’Oltretorrente da famiglia di umili condizioni, fin dalla prima giovinezza si impegnò nel movimento cattolico, partecipando assiduamente all’attività del Circolo Domenico Maria Villa. Dopo aver combattuto nella prima guerra mondiale, aderì all’appello politico di don Luigi Sturzo per la costituzione del Partito Popolare Italiano a Parma, nelle cui fila venne eletto consigliere comunale nel 1920. Insieme ad altri giovani cattolici del Ppi, nelle giornate d’agosto del 1922 partecipò alla resistenza armata antifascista contro le camicie nere di Balbo. Colpito da un proiettile nemico nei pressi di piazzale Rondani, morì poco dopo.

Corini Felice, segretario del Ppi di Parma (Parma, 1889 - Genova, 1946). Di modeste origini, si laureò molto giovane in Ingegneria e in Matematica. Entrò nell’amministrazione ferroviaria, attraverso cui, durante la prima guerra mondiale, organizzò i trasporti della I e IV Armata, meritandosi una decorazione al merito dello Stato Maggiore dell’esercito. Formatosi culturalmente presso i Fratelli delle Scuole Cristiane e i Salesiani di Parma, militò nelle file del movimento cattolico e, nel 1919, fu tra i fondatori del Partito Popolare Italiano a Parma, del quale divenne segretario provinciale nel 1920. Nello stesso anno, guidò con abilità e successo la campagna elettorale amministrativa e sostenne in sede locale l’alleanza del Ppi con liberali e fascisti fino all’aprile 1923. Eletto deputato nel 1924, dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, partecipò all’Aventino. Lo stato fascista stroncò definitivamente la sua carriera politica. Durante il regime si dedicò all’insegnamento universitario a Bologna e a Genova, approfondendo in particolare gli studi di costruzioni ferroviarie e stradali e dando alle stampe molte pubblicazioni di carattere tecnico e scientifico.

De Ambris Alceste, dirigente sindacalista rivoluzionario (Licciana Nardi, Massa-Carrara, 1874 - Brive, Francia, 1934). Al pari di altri coetanei lunigianesi, andò a Parma agli inizi degli anni Novanta per seguire i corsi universitari. Qui avvenne la sua iniziazione politica e nel 1907 venne nominato segretario della locale Camera del Lavoro. Nel maggio del 1907, per la prima volta, le leghe contadine riuscirono a sconfiggere il padronato agrario. Sull’onda di quel successo tutto il fronte del lavoro entrò in agitazione e gli associati alla Camera del Lavoro alla fine di quell’anno, da 12.600 che erano all’arrivo di De Ambris, salirono a 29.037. Agevolata dalla rottura dell’unità operaia, per i contrasti fra riformisti e sindacalisti rivoluzionari, la controffensiva padronale si dispiegò nei mesi successivi e culminò con la prova di forza dello sciopero agrario del 1908, che ebbe un esito disastroso per i lavoratori. Il 20 giugno a Parma scoppiarono violenti tumulti, la truppa occupò la sede camerale e arrestò i promotori dello sciopero. De Ambris riuscì a sfuggire alla cattura raggiungendo Lugano. A Parma restò il fratello Amilcare (1884-1951) giunto a dar man forte ad Alceste e poi incaricato di ricostruire le leghe contadine. Dalla Svizzera poi andò in Brasile, dove rimase per più di due anni. In Europa tornava nei primi mesi del 1911 e da Lugano prendeva a svolgere un’intensa attività rivolta alla situazione italiana. Nel 1913, grazie a una votazione che nei seggi cittadini di Parma sfiorava picchi plebiscitari, Alceste De Ambris veniva eletto deputato e poteva così rientrare in Italia. Al suo arrivo in città fu accolto da una imponente massa di popolo. La guerra imminente gli parve l’occasione propizia per scardinare i “baluardi della reazione e del Medio Evo” e sin dalla metà di agosto del 1914 si dedicò alla campagna interventista. Volontario in guerra, vicino al fascismo “diciannovista”, De Ambris si recava a Fiume dove assumeva l’incarico di capo di Gabinetto di Gabriele D’Annunzio. Era suo l’impianto fondamentale della nuova costituzione di Fiume, la “Carta del Carnaro”, che prevedeva un ampio decentramento amministrativo, si basava sulla democrazia diretta e sul corporativismo e assegnava alle organizzazioni dei lavoratori una funzione dirigente. Dopo il “Natale di sangue”, che chiudeva l’esperimento fiumano, De Ambris rientrava a Parma e orientava l’organizzazione sindacalista su una linea di opposizione al movimento fascista. Nella primavera del 1921, dietro ordine di D’Annunzio, si presentava candidato alle elezioni politiche nella circoscrizione emiliana della quale faceva parte anche la provincia di Parma. In questa convulsa fase la sua azione mirava a formare un blocco di forze in grado di arrestare l’avanzata fascista e si impegnava a coinvolgervi D’Annunzio. All’indomani delle barricate di Parma, insieme a Luigi Campolonghi, De Ambris si recava a Gardone per convincere il poeta ad assumere la guida di un movimento che realizzasse la pacificazione nazionale sulla base dei postulati della “Carta del Carnaro”. Aggredito a Genova da una squadra di fascisti, agli inizi del 1923 riparava in Francia. A Parigi dava vita a un consorzio di cooperative di lavoro che procurava occupazione a numerosi fuoriusciti provenienti dalla provincia di Parma. Rifiutò le allettanti offerte che, in cambio del suo ravvedimento, gli venivano dall’Italia e visse in povertà dignitosa.

Fossa Davide, squadrista e fondatore del sindacato fascista a Parma
Federico Fusco, prefetto di Parma (Napoli, 1872 - ?) Iniziò a frequentare l’Università a Napoli, quando nel 1893 entrò nell’amministrazione della Pubblica sicurezza che lo destinò alla questura di Milano, dove rimase fino al 1896, quando venne trasferito alla questura di Salerno. Nel 1897 si dimise per entrare nell’amministrazione civile dello stesso Ministero dell’Interno e nel 1898, laureato, assunse servizio presso la prefettura di Caserta dove si occupò di amministrazioni comunali e provinciali. In seguito ricoprì vari incarichi in diverse province. Nel 1908, nel comune di Fabriano, in un clima segnato dalla conflittualità operaia, svolse un delicato compito di mediazione politica e sociale riavvicinando i settori dell’area moderata al “partito costituzionale” e, attraverso un atteggiamento paternalistico verso le classi popolari, superando senza traumi la situazione di crisi. Dopo altri incarichi, nel 1921 la sua carriera nella burocrazia del ministero lo portò a rivestire la responsabilità di prefetto a Chieti e, dal 5 aprile, a Parma. Durante le “giornate d’agosto” del 1922, stretto tra l’assedio delle squadre fasciste arrivate in città e la determinazione degli Arditi del Popolo alla resistenza armata, svolse un’opera di mediazione, tanto da essere indicato da Balbo come uno dei principali avversari del fascismo in città. Il 5 agosto, con l’entrata in vigore dello stato d’assedio per Milano, Genova, Ancona, Livorno e Parma - deliberato dal governo -, la gestione dell’ordine pubblico in città passò dalle mani del prefetto Fusco a quelle del generale Lodomez. Nel settembre il Consiglio dei ministri decise di sollevarlo dall’incarico parmense e di collocarlo a disposizione. Dal 1923 al 1928, gli furono affidate le prefetture di città di minor importanza: con l’ascesa del fascismo al potere, la carriera di Fusco aveva subito un duro colpo. Nel luglio 1928, all’età di 56 anni, fu collocato a riposo “per motivi di servizio”.

clicca per ingrandire l'immagine Gorreri Dante, antifascista e dirigente dei giovani comunisti (Parma, 1900 - 1987). Nato da famiglia operaia, idraulico lattoniere, partecipa diciottenne alla prima guerra mondiale come soldato di fanteria. Dopo la smobilitazione aderisce alla Gioventù socialista e nel 1921 passa all’organizzazione giovanile del Partito Comunista d'Italia appena costituito. Svolge attività sindacale nella Lega di mestiere della Uil, di orientamento sindacalista rivoluzionario. Durante la rivolta popolare dell’agosto 1922 contro l’assalto delle squadre fasciste comandate da Italo Balbo, guida un reparto di Arditi del Popolo sulle barricate del settore di via D’Azeglio in Oltretorrente. Ripetutamente arrestato e perseguitato dopo l’avvento del regime fascista e delle leggi speciali, nel 1926 è condannato a cinque anni di confino (Favignana e Lipari), rinnovati per altri quattro anni (Ponza e Tremiti) nel 1932 e ancora per cinque anni (Ponza) fino al 1937. Rientrato a Parma si impegna nell’organizzazione clandestina comunista divenendone segretario federale nel 1942. Dall’8 settembre 1943 opera nelle file della Resistenza, dapprima a Parma e poi a Como, inviato dal Partito Comunista a dirigerne la federazione. Nel 1945 viene arrestato da un reparto delle Brigate Nere ma riesce a fuggire in Svizzera e di lì a raggiungere la propria unità, la 52esima Brigata Garibaldi “Luigi Clerici”, che nell’aprile cattura Mussolini e gli altri gerarchi fascisti in fuga verso il confine elvetico. Rientrato a Parma, nel dopoguerra svolge incarichi di rilievo nella federazione comunista e nel 1946 è tra gli eletti all’Assemblea Costituente. L’anno seguente diviene segretario della Camera confederale del lavoro. Nel 1949 viene arrestato per i cosiddetti “fatti di Dongo”, relativi alla sparizione di alcune casse di importanti documenti e di lingotti d’oro, prelevate dal convoglio che trasportava Mussolini nell’estrema fuga. Nel 1953 riacquista la libertà perché eletto al Parlamento e fino al 1972 verrà sempre riconfermato deputato.

Isola Giuseppe, antifascista e dirigente dei socialisti “terzini” di Parma (Parma, 1881- 1957). Di professione impiegato, già dal 1898 aderisce al Psi e nel 1908 viene arrestato in occasione dello sciopero agricolo. Scrive come corrispondente dell’“Avanti!” ed è segretario dell’onorevole socialista Guido Albertelli. Nei primi anni Venti è il leader della frazione terzinternazionalista del Psi fino a quando, nel 1924, con i suoi compagni, entra nel Partito Comunista d’Italia. Falsamente accusato di correità nell’attentato contro Mussolini compiuto dall’anarchico Lucetti, nel 1926 viene arrestato insieme con Dante Gorreri ed Enrico Griffith. Processato e assolto nel 1928, nel frattempo è assegnato al confino per cinque anni (che diventeranno sette a causa di una successiva imputazione per oltraggio al capo del governo). Nel 1933 rientra a Parma ma nel 1935 è nuovamente arrestato per “associazione comunista” con altri sei noti antifascisti, tra cui i parmensi Virginio Barbieri, Elide Cella, Umberto e Giuseppe Ilariuzzi. Assolto dal Tribunale speciale dopo un anno di carcerazione preventiva, viene rimesso in libertà per soli diciannove giorni, venendogli successivamente assegnati altri cinque anni di confino. Liberato nell’agosto 1943 giunge a Parma dove, malgrado l’età e le precarie condizioni di salute, è tra i primi animatori della Resistenza. Dopo la Liberazione è nominato dal Comitato di Liberazione Nazionale vicesindaco di Parma.

Lavagetto Aroldo, giornalista liberale (Parma, 1896 - 1981). Partecipò alla guerra del 1915-18. Esponente dell’antifascismo liberale e repubblicano, nel 1919 entrò nei ranghi del quotidiano di Parma“ll Piccolo”, fondato da Tullio Masotti, divenendone presto redattore capo. Nell’agosto 1922, nonostante la difesa armata dei giornalisti, la tipografia e la sede de “Il Piccolo” venne distrutta dalle camcie nere e il giornale fu costretto a trasferirsi provvisoriamente nella tipografia della Camera del Lavoro di borgo delle Grazie, in Oltretorrente. Negli anni del regime fascista, Lavagetto, ormai preso di mira dalla polizia politica, fu costretto a lasciare la città. Si rifugiò a Milano, dove lavorò per il “Corriere della Sera”. In seguito trovò impiego presso l’ufficio stampa delle Terme di Salsomaggiore. Nel 1935 entrò nella società petrolifera di Nando Peretti. Dopo l’8 settembre 1943 si trasferì a Roma, dove rimase fino al 1965 quando, ormai in pensione, tornò a Parma.

Lodomez Enrico, generale, comandante della Scuola di applicazione di fanteria di Parma

Maestri Tullio, presidente dell’Amministrazione provinciale di Parma dal 1920 al 1922 (Albareto, Parma, 1875 - Borgotaro, Parma, 1940).

Masotti Tullio, direttore de “Il Piccolo” (Falerone, Ascoli Piceno, 1886 - Milano, 1949). Giunse a Parma nel 1907 per collaborare con Alceste De Ambris. Assunse l’incarico di segretario della Federazione giovanile e di vicesegretario della Camera del Lavoro sindacalista rivoluzionaria. Quando il 20 giugno 1908, in seguito al grande sciopero agrario, si scatenò la repressione della polizia, Masotti riparò a Nizza e poi raggiunse Lugano. A Parma rientrò nel maggio 1909, dopo l’assoluzione pronunciata dalla Corte d’Assise di Lucca nei confronti dei sindacalisti parmensi accusati di “insurrezione armata contro i poteri dello stato”. Tornato a Parma, insieme ad altri dirigenti, avviò la ricostruzione dell’organismo camerale, del quale assunse la segreteria. La decisa azione svolta contro la guerra di Libia e una serie di iniziative in sostegno delle agitazioni che i lavoratori in varie parti d’Italia avevano ingaggiato, procurò un notevole credito alla Camera del Lavoro di Parma, e fu dietro sua iniziativa che nel novembre del 1912 a Modena si costituì l’Unione Sindacale Italiana di cui egli assunse la segreteria, incarico che mantenne fino alla crisi interventista. Volontario e combattente con il grado di ufficiale partecipò alla Grande guerra. Nel dopoguerra, tornato a Parma e riprese per un breve periodo la segreteria camerale, che poi lasciò per dirigere un nuovo quotidiano, “Il Piccolo”, in linea con il combattentismo democratico-progressista. Sensibile alle istanze del primo fascismo, che a Parma aveva trovato adesioni nell’area sindacalista corridoniana, Masotti mutò atteggiamento di fronte al rivelarsi della vocazione antiproletaria del nuovo movimento. Nell’agosto del 1922 la sua abitazione e la tipografia de “Il Piccolo” vennero assalite dalle squadre nere che gli rimproveravano questo mutamento di rotta e la campagna contro Luigi Lusignani. Intorno al 1940 riprese i collegamenti con l’opposizione antifascista, aderì al Partito d’Azione ed entrò nella redazione del giornale “Italia libera”. Dopo la dissoluzione di questa formazione si orientò verso il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (poi Psdi), del quale curò le pubblicazioni dell’organo ufficiale “Battaglie sindacali”.

Micheli Giuseppe, deputato popolare e presidente del Consiglio provinciale (Parma, 1874 – Roma, 1948). Di famiglia benestante (il padre Michele era notaio e la madre Marietta era sorella del sindaco di Parma Giovanni Mariotti), crebbe in un ambiente di vivi sentimenti cattolici. Partecipò fin da giovane alle attività delle organizzazioni cattoliche di Parma e strinse rapporti con Filippo Meda e Giuseppe Toniolo. Nel 1896 partecipò al Congresso cattolico di Fiesole e fu tra i promotori della Fuci. Dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza presso l’Ateneo di Parma, iniziò l’attività notarile. Nel 1899 fondò l’associazione “La Giovane Montagna”, volta alla valorizzazione dell’Appennino Emiliano attraverso escursioni e manifestazioni religiose e culturali; l’anno dopo nacque il settimanale omonimo, del quale fu l’anima politica e il direttore. Nel 1904 fu tra i fondatori, con don Luigi Sturzo, dell’Associazione dei Comuni italiani. Sposò la figlia del deputato Gian Lorenzo Basetti e alla sua morte ne ereditò le influenze politiche trasferendole nell’alveo cattolico. Nelle elezioni suppletive del 1908 venne eletto per la prima volta al Parlamento nel collegio di Castelnuovo Monti. Nel 1920 entrò nel secondo Governo Nitti come ministro dell’Agricoltura, promuovendo le leggi sui contratti agrari e per la pesca e proponendo le riforme mineraria, forestale e per il latifondo; la carica gli fu confermata anche nel successivo Governo Giolitti; nel Gabinetto di Bonomi ricoprì la responsabilità di ministro ai Lavori pubblici e di presidente delle Ferrovie dello Stato. Organizzò e guidò di persona la prima squadra di soccorso a Messina dopo il tragico terremoto. Aventiniano, fu dichiarato decaduto dal mandato parlamentare dal regime fascista nel novembre 1926. Durante il fascismo riprese l’attività notarile e gli studi storici, conservando comunque forti legami con il cattolicesimo democratico e con le autorità ecclesiastiche di Parma e di Roma. Molto attivo nei giorni successivi al 25 luglio 1943, dopo 1’8 settembre fu costretto a fuggire a Chieti. Nel suo studio di Parma, alla metà di ottobre, venne costituito il Cln della provincia. Dopo la liberazione della capitale tornò a Roma. Nelle nomine simboliche per le cariche della Camera e del Senato, allora sciolte, il capo del Governo Bonomi lo designò vicepresidente della Camera. Membro della Consulta nazionale per la Dc, nell’immediato dopoguerra fu una delle massime personalità del partito. Eletto il 2 giugno all’Assemblea Costituente, entrò nel secondo Governo De Gasperi come ministro della Marina.

Passerini Amedeo, sindaco di Parma (Parma, 1870 - 1932). Laureatosi giovanissimo, si affermò quasi immediatamente sia nella vita pubblica, ricoprendo le più alte cariche amministrative, sia nella carriera forense come avvocato penale di vaglia. Sostenne cause di grande importanza e in ognuna portò insieme l’impeto della sua oratoria e il rigore della sua ineccepibile logica giuridica. Entrò nella vita pubblica e fu consigliere del Monte di Pietà, ispettore alla Cassa di Risparmio, membro della giunta provinciale amministrativa. Fu prosindaco e assessore alle Opere Pie nel 1895, presidente della Congregazione Municipale di Carità, assessore al Dazio e alle Finanze, presidente degli Ospizi Civili e dell’Ordine degli avvocati. Sindaco di Parma dal 1920 al 1923, accompagnò la città attraverso le giornate delle barricate che l’Oltretorrente e il Naviglio opposero alle squadre fasciste di Italo Balbo nell’agosto del 1922. Nel 1924, per i meriti riconosciutigli in qualità di sindaco, gli fu consegnata la tessera ad honorem del Partito Nazionale Fascista.

Picelli Guido, antifascista e comandante degli Arditi del Popolo (Parma, 1889 - Algera, Spagna, 1937). Di umili origini, dopo gli studi tecnici lavorò come apprendista, attore girovago, orologiaio. Durante la prima guerra mondiale venne arruolato in Fanteria, dove guadagnò il grado di sottotenente e una medaglia di bronzo. Rientrato a Parma, nel 1919 aderì al Partito Socialista e fondò la locale sezione della Lega proletaria mutilati invalidi reduci orfani e vedove di guerra. Organizzatore della Guardia rossa autonoma, nel 1920 venne incarcerato per aver tentato di impedire la partenza di un treno con un reparto di Granatieri diretto in Albania. Eletto deputato al Parlamento nel 1921 nelle liste del Partito socialista, uscì dal carcere. A Parma organizzò gli Arditi del Popolo, formazione di autodifesa proletaria che riuniva antifascisti di ogni tendenza politica, e nell’agosto 1922 guidò la resistenza armata sulle barricate nei rioni Oltretorrente e Naviglio-Saffi contro le squadre fasciste, comandate da Italo Balbo. Ripetutamente arrestato dopo l’avvento del fascismo, si trasferì a Roma. Nel 1924 venne rieletto deputato nella lista del Partito Comunista d’Italia al quale si iscrisse poco dopo. In seguito alle leggi speciali del 1926 venne arrestato e condannato a cinque anni di confino che scontò a Lipari e a Lampedusa, dove nel 1927 sposò Paolina Rocchetti. Nel 1932 espatriò clandestinamente in Francia da dove venne espulso per motivi politici. Rifugiatosi in Belgio, più tardi raggiunse l’Unione Sovietica dove, a Mosca, lavorò come operaio in una fabbrica di cuscinetti a sfera e insegnò elementi di strategia e tattica militare alla Scuola per i quadri comunisti. Mise in scena alcune rappresentazioni teatrali sulle barricate del 1922 a Parma. Allo scoppio della guerra di Spagna (1936) si arruolò nelle brigate internazionali antifranchiste e nel novembre arrivò a Barcellona. Un mese dopo raggiunse il fronte al comando della I Compagnia del Battaglione Garibaldi. Nominato vicecomandante di battaglione, il 5 gennaio 1937 venne ferito a morte ad Algera, nel corso dei combattimenti di Mirabueno. Imponenti funerali di Stato furono celebrati dalla Repubblica popolare spagnola sulle ramblas di Barcellona, città dove Picelli è sepolto. Alla notizia della sua morte, giunta a Parma sulle onde di Radio Barcellona, gli antifascisti lo ricordarono diffondendo nei borghi dell’Oltretorrente cartoline con la sua immagine.

Picelli Vittorio, dirigente sindacalista rivoluzionario (Parma, 1893 - Roma, 1979). Nel 1909 fu tra i fondatori del Fascio anticlericale “Francesco Ferrer”. Di professione fattorino postale, promosse l’organizzazione sindacale della categoria. A causa di questa attività venne trasferito a Brescia, dove continuò la sua opera. Nell’agosto del 1914 tornò a Parma e si impegnò nella campagna a fianco dei dirigenti sindacali. Combatté con il grado di aiutante di battaglia sul fronte francese, meritando una medaglia di bronzo al valor militare. Alla fine del conflitto assunse incarichi di direzione alla Camera del Lavoro di Parma e nell’Unione Italiana del Lavoro. Nell’agosto del 1922 partecipò alla resistenza delle barricate, organizzata dal fratello Guido. Successivamente aderì all’associazione antifascista “Italia Libera”. Nel maggio del 1924 espatriò in Francia. A Parigi fu attivo nel gruppo sindacalista “Filippo Corridoni” e insieme a Giuseppe Donati e altri fuoriusciti curò la pubblicazione del “Corriere degli Italiani”. Fece parte della Lega Italiana dei Diritti dell’ e della Concentrazione antifascista. Intorno al 1934 risultò assai vicino a Giustizia e Libertà. Costretto a una condizione di penosa indigenza, nella primavera del 1935 riparò in Belgio. Da Bruxelles scrisse a Mussolini per essere arruolato volontario tra le truppe dirette in Africa Orientale. Dall’Etiopia rientrò in Italia alla fine del 1936 e con la famiglia si stabilì a Roma. Gli venne dato un incarico nell’organizzazione sindacale del regime fascista e pubblicò il libro Il fante nella guerra nell’Africa Orientale.

Ranieri Remo, squadrista e capo dei fascisti di Fidenza (Fontanellato, Parma, 1894 - Fidenza, Parma, 1967). Candidato al Consiglio comunale per il Partito Popolare a Borgo San Donnino (oggi Fidenza) nel primo dopoguerra, passò in seguito al Partito Nazionale Fascista, divenendo uno dei principali esponenti del Parmense, sino ai primi anni Trenta. Nel 1922 entrò nel Consiglio comunale, assumendo la carica di assessore. Nell’agosto 1922 partecipò alla spedizione punitiva fascista contro i quartieri popolari di Parma. Protagonista del duro scontro interno al Pnf, tra i moderati e l’ala sindacalista seguace di Roberto Farinacci, fu eletto deputato prima della sua temporanea espulsione nel 1925. Dopo essere stato reintegrato fu, tra l’altro, segretario federale parmense (1927-29), ispettore nazionale (1927-31), membro della direzione nazionale del partito (1931-32), deputato della provincia di Parma fino al 1934, quando lasciò l’attività politica per dedicarsi all’industria nel ramo caseario e conserviero. Nel 1940 partì volontario per la guerra. Dopo l’8 settembre 1943 non aderì alla Repubblica sociale italiana, ma questo non gli evitò il processo per “atti rilevanti”.

Simondetti Roberto, colonnello, comandante del presidio militare di Parma

Simonini Alberto, dirigente socialista e segretario della Camera Confederale del Lavoro di Parma

Terzaghi Michele, deputato fascista (Parma, 1896 - 1922). Avvocato, appartenne al Partito Socialista Italiano fino al 1916 e diresse “La Difesa” di Firenze. Poi, sulla scelta interventista, abbandonò il partito e fece parte del Comitato di resistenza interna a Firenze. Dopo la guerra fu per qualche tempo direttore de “La Provincia di Mantova”. Nel dopoguerra aderì al fascismo. Membro nella direzione nazionale, venne eletto deputato alla Camera nel 1921 nella lista del Blocco nazionale.