 |

In seguito all'inasprirsi delle
violenze fasciste contro le organizzazioni e le sedi del movimento
operaio e democratico, l'Alleanza del Lavoro (organo di un ampio
fronte sindacale) proclamò per il 1° agosto 1922 uno
sciopero generale nazionale in "difesa delle libertà
politiche e sindacali". Contro la mobilitazione dei lavoratori
si scatenò la violenza delle squadre fasciste lungo tutta
la penisola.
L'Alleanza del Lavoro sospese lo sciopero il 3 agosto, ma le aggressioni
aumentarono e solo in poche città fu organizzata la resistenza
alle azioni delle camicie nere. Le spedizioni punitive ebbero così
un totale successo con la distruzioni di circoli, cooperative, sindacati,
giornali ed amministrazioni popolari.
A Parma, sola eccezione, gli sviluppi dello sciopero furono ben
diversi: la città divenne teatro di una resistenza armata
alle squadre fasciste che, dopo cinque giorni di combattimenti,
risultò vittoriosa. I lavoratori avevano risposto compatti
allo sciopero e, forti delle tradizioni locali del sindacalismo
rivoluzionario, mostrarono ancora una volta grande capacità
di mobilitazione e di combattività.
Parma era "rimasta quasi impermeabile al fascismo" (Italo
Balbo, Diario, Milano
1932) ed inoltre, dal luglio 1921, operava contro le aggressioni
delle squadre nere l'organizzazione armata degli Arditi del Popolo,
costituita dal deputato socialista Guido
Picelli, che reclutava giovani lavoratori soprattutto tra le
fila del socialismo radicale e dell'anarchismo.
Nei giorni di agosto furono mobilitati dal Partito Fascista per
la spedizione su Parma circa 10.000 uomini, giunti dai paesi del
Parmense e dalle province limitrofe; a comandarle venne inviato
Italo Balbo, già protagonista di analoghe spedizioni militari
a Ravenna e a Forlì. La popolazione dei borghi dell'Oltretorrente
e dei rioni Naviglio e Saffi rispose all'aggressione innalzando
barricate, scavando trincee ed organizzandosi in una difesa estrema
delle proprie case e sedi politiche.
Mentre a livello nazionale lo sciopero si esauriva e il fronte democratico
veniva sconfitto, a Parma la resistenza si faceva sempre più
tenace e, nei borghi dietro le barricate popolari, i poteri passarono
al direttorio degli Arditi del Popolo e al suo comandante Picelli.
Gli scontri coinvolsero attivamente tutta la popolazione e venne
superata ogni polemica politica tra le diverse tendenze: arditi
del popolo, sindacalisti corridoniani, confederali, anarchici (Antonio
Cieri comandò la resistenza del rione Naviglio), comunisti,
popolari, repubblicani e socialisti combatterono, fianco a fianco,
le squadre delle camicie nere.
Cinque furono i caduti dietro le barricate: il consigliere comunale
del PPI Ulisse Corazza, il giovanissmo Gino Gazzola, Carluccio Mora,
Giuseppe Mussini e Mario Tomba.
Dopo numerosi tentativi di superare le barricate e le devastazioni,
nelle zone centrali della città, al circolo dei ferrovieri,
negli uffici di numerosi professionisti democratici, nelle sedi
del giornale "Il
Piccolo", dell'Unione del Lavoro e del Partito Popolare,
iniziarono le trattative per la fine dei combattimenti tra il comando
di Balbo, le autorità militari e la Prefettura. La notte
tra il 5 e il 6 agosto le squadre fasciste smobilitarono e lasciarono
velocemente la città senza essere riuscite a penetrare nelle
zone controllate dagli antifascisti. Il 6 agosto il generale Lodomez,
comandante militare della piazza, assunse i pieni poteri e proclamò
lo stato di assedio.
Nella mattinata i soldati, festosamente accolti dalla popolazione,
entrarono nei rioni dell'Oltretorrente e del Naviglio e, in poco
tempo, la situazione tornò alla normalità.
Le ragioni sociali e politiche della vittoria antifascista di Parma
sono numerose e si legano a vecchie e nuove esperienze del movimento
locale dei lavoratori. Innanzitutto il tradizionale ribellismo urbano
dei quartieri più miseri della città (in particolare
dei borghi dell'Oltretorrente). Qui l'innalzamento delle barricate,
tra le vie strette e torte, con il lancio di tegole dai tetti e
di pietre per le strade, si era consolidato come forma di autodifesa
contro le forze di polizia e l'esercito già alla fine del
XIX secolo.
In secondo luogo la cultura parmense dell'interventismo di sinistra
e l'esperienza combattentistica nella Prima guerra mondiale di molti
lavoratori avevano rafforzato una forte volontà di cambiamento
sociale e politico. Inoltre i congedati portarono dal fronte le
conoscenze delle tecniche di guerra, la disciplina e la tattica
militare.
L'intreccio tra l'insurrezionalismo urbano e l'esperienza combattentistica,
oltre alla figura carismatica di Picelli e alla sua proposta politica
per un fronte unitario antifascista, furono alla base degli avvenimenti
parmigiani dell'agosto 1922.
.
|
 |