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studi per la stagione dei movimenti Memorie d’agosto Le barricate antifasciste nell’Italia repubblicana Seminario di studi - Parma, 7 dicembre 2002 | |
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L’antifascismo militante
degli anni Settanta:la memoria delle barricate nella storia di “Lotta
Continua”
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Alla fine degli anni Sessanta e lungo tutti
gli anni Settanta il riferimento alla Resistenza e all’antifascismo
fu posto al centro del dibattito politico e ideologico dei movimenti
antisistemici. La bomba di Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969, venne
percepita come un chiaro ed inquietante segno di reazione alle lotte
esplose nel biennio 1968-69. Con essa ebbe inizio quella che fu definita
“strategia della tensione” e che stava ad indicare un complesso insieme
di fattori, dallo stragismo ai tentativi di golpe, all’ampliarsi dello
spazio di azione politica per il Msi e le formazioni dell’estrema destra.
I gruppi della nuova sinistra assunsero immediatamente la strage come
prova di un attacco reazionario e fascista evocando, contro l’eversione
di destra, la memoria dell’antifascismo e della Resistenza. I giovani
dei movimenti rivoluzionari criticarono con forza l’antifascismo istituzionale
dei partiti, attraverso il quale si auspicava l’unità delle forze democratiche
per la difesa della legalità repubblicana, invitando il Pci ad abbandonare
il vecchio antifascismo frontista e costituzionale ed a rompere ogni
rapporto con la Dc. Essi organizzarono le proprie lotte in nome di un
antifascismo militante, classista e anticapitalista, preferendo il terreno
del conflitto e della lotta di classe, nel tentativo di togliere ogni
spazio di agibilità politica alle formazioni neofasciste. Le contestazioni
ai comizi missini, le manifestazioni di massa, gli assalti alle sedi
del Msi, i servizi d’ordine che andavano costituendosi nei movimenti,
l’uso di una violenza non più difensiva ma offensiva, necessaria per
prevenire “gli eccidi di Stato”, furono i diversi elementi che caratterizzarono
l’antifascismo militante negli anni dello stragismo. Tra i diversi gruppi
della sinistra extraparlamentare, Lotta Continua ingaggiò subito, all’indomani
di Piazza Fontana, una campagna di controinformazione per sostenere
che «la strage è di Stato». Il suo giornale diventò il fulcro della
campagna di mobilitazione contro i misteri legati all’esplosione della
bomba, alla morte di Pinelli ed a favore della scarcerazione di Valpreda.
Successivamente, il gruppo denunciò i legami tra Stato, Sid e neofascismo,
fino a quando, il 5 ottobre 1971, il quindicinale uscì con un disegno
in copertina che raffigurava Fanfani in camicia nera nell’atto di salutare
romanamente dallo storico balcone di piazza Venezia: sopra, la scritta
“No al fanfascismo”. Lotta Continua puntava il dito contro il progetto
di “fascistizzazione” dello Stato, con il quale si mirava a rafforzare
gli apparati ed a sconfiggere definitivamente la lotta operaia. In questo
clima di denuncia e di scontro violento si fece sempre più ampio il
richiamo all’antifascismo ed alla memoria resistenziale, tanto che,
quando il periodico del gruppo diventò quotidiano, l’11 aprile 1972,
nella testata venne posta una foto delle barricate di Parma dell’agosto
1922. Fu lo stesso Sofri a spiegare che la scelta non era casuale perché
«siamo convinti che quello che veramente vince è il popolo; è quindi
la lotta di massa e la guerra di popolo». Opposizione al fascismo dunque
come lotta di classe, come lotta degli Arditi del popolo contro l’attacco
padronale e fascista. Quell’evento aveva dimostrato l’impotenza dei
riformisti contro la violenza squadrista e, in contrapposizione, la
forza del popolo che «unito e armato può vincere qualsiasi nemico».
Lo stesso spirito antifascista delle barricate del ’22, della lotta
resistenziale, della mobilitazione di protesta del luglio ’60 contro
il governo «democristiano-fascista di Tambroni» tornava ad unire il
proletariato nelle piazze di tutta l’Italia e del resto del mondo, dall’Irlanda
al Vietnam. Ampio spazio fu dedicato, sulle pagine del giornale, alla
narrazione dell’evento barricate, ponendo l’accento sul fatto che non
esistesse ancora una «vera ed adeguata interpretazione di classe di
quella eroica battaglia». Venne inoltre evidenziato il rifiuto di un
rapporto meramente celebrativo con la memoria resistenziale, insieme
alla necessità che vecchio e nuovo antifascismo segnassero insieme la
strada da percorrere. In particolare, la memoria dei fatti dell’agosto
’22 fu messa in risalto in occasione dell’omicidio di Mariano Lupo,
militante di Lotta Continua, giovane lavoratore immigrato ucciso da
un gruppo di neofascisti la sera del 25 agosto 1972 a Parma, in quella
città, in quei borghi dell’Oltretorrente teatro della lotta proletaria
contro il fascismo. «…noi ripetiamo le parole di un grande combattente
antifascista, Guido Picelli, l’uomo che proprio a Parma, nel pieno della
reazione squadrista, seppe indicare alle masse la strada dell’azione:
‘il fascismo ha per primo comandamento di ammazzare…’», si legge in
un articolo pubblicato all’indomani dell’omicidio, nel quale Lotta Continua
denunciava i fascisti che, «con la copertura dello Stato», continuavano
ad «uccidere «vigliaccamente». Dall’agosto 1972 al ’76, anno dello scioglimento
di Lotta Continua, attraverso le pagine del quotidiano e attraverso
l’organizzazione di mobilitazioni di massa, la memoria non istituzionalizzata
delle lotte antifasciste del ’22 accompagnò sempre il ricordo di Lupo
e degli omicidi di altri militanti, per sottolineare quanto ancora,
come in passato, fosse necessario combattere per colpire «tutte le articolazioni
dell’attacco fascista».
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