Centro studi per la stagione dei movimenti
Memorie d’agosto
Le barricate antifasciste nell’Italia repubblicana
Seminario di studi - Parma, 7 dicembre 2002

La memoria nell’oblio: gli anni del regime fascista
Marco Minardi

Frontespizio della rivista del Pcd'I "lo Stato operaio" (Parigi, gennaio 1937) con l'editoriale dedicato a Guido Picelli. Parlare della memoria delle Barricate antifasciste del 1922 durante il ventennio potrebbe sembrare esercizio inutile ed ininfluente rispetto alla costruzione di una memoria pubblica della “rivolta di Parma” che si verificò in età repubblicana. È però corretto sostenere che, in realtà, malgrado gli sforzi del Fascio locale per cancellare quel ricordo, una memoria delle cinque giornate e della lotta antifascista dei primi anni Venti sopravvisse, seppure nell’ombra, durante il ventennio. Attraverso il metodo storico e l’uso ampio delle diverse fonti recuperabili è possibile ricostruire i fili della memoria delle barricate e, al contempo, i tentativi escogitati dalla propaganda fascista e dalle istituzioni fascistizzate di delegittimare quella memoria e di ridurla ad evento marginale e folcloristico, esaltando nel contempo la “vera rivoluzione italiana” nell’avvento del fascismo. Le leggi del regime che vietarono la libertà d’espressione impedirono, com’è ovvio, la pubblicazione di testi che raccontassero della resistenza popolare contro l’avanzata violenta del fascismo. Non si trattò però di una chiusura ermetica e qualche cosa riuscì a passare attraverso la maglia della censura. Tra questi anche un testo di Biagio Riguzzi, socialista riformista negli anni prefascisti, che nel 1931 riuscì a pubblicare, per le edizioni Laterza, un volume che ricostruiva le vicende del socialismo parmense attraverso le sue maggiori figure, Luigi Musini e Agostino Berenini. In Sindacalismo e riformismo nel parmense, Riguzzi trovò modo di accennare alla “resistenza” opposta “alle camicie nere che occuparono la città e la Provincia” da parte degli abitanti dell’Oltretorrente e dell’altro quartiere proletario, raccolto attorno ai borghi Valorio e Naviglio, e allo spirito genuino e generoso di quei ceti popolari urbani e della loro “tradizione rivoluzionaria”. Quanto fosse conosciuto il libro di Riguzzi non è facile sapere, certo non dai proletari dell’Oltretorrente che affidarono la conservazione del ricordo delle cinque giornate alla memoria privata. L’ampiezza dell’evento investì tutti i quartieri popolari e finì per coinvolgere tutti i loro abitanti, in termini attivi -partecipando alle squadre armate- e passivi, assistendo ai combattenti, consapevoli che l’arrivo dei fascisti avrebbe posto in pericolo le loro case e la loro stessa vita. Le dimensioni dell’evento erano di per sé garanzia che esso non sarebbe stato dimenticato, ma questo non sarebbe stato sufficiente. Fu la memoria privata dei combattenti armati e dei lavoratori più politicizzati a garantire che il racconto dell’epopea degli uomini di Guido Picelli avrebbe attraversato il ventennio, in segreto tra le mura delle abitazioni, nelle osterie fumose dei borghi, nel chiacchiericcio di strada. La rivolta di Parma divenne patrimonio anche dell’antifascismo in esilio. Non solo perché molti dei protagonisti furono costretti a fuggire, soprattutto in Francia, per evitare le persecuzioni del governo fascista ma anche grazie all’uscita del testo “La rivolta di Parma” pubblicato sul periodico “Lo stato operaio” a Parigi nel 1934, nel quale Picelli pose in evidenza l’unità raggiunta dai lavoratori a Parma in occasione della difesa della città popolare dall’assalto delle squadre nere e l’importanza del ruolo svolto dagli Arditi del Popolo nel dirigere la lotta. Quando Guido Picelli morì in Spagna, combattendo per la Repubblica contro l’esercito di Franco insorto contro il legittimo governo spagnolo, la notizie ebbe grande rilevanza, non solo in esilio ma anche tra i borghi di Parma, dove essa corse veloce di casa in casa, percorrendo i borghi, rinnovando la memoria delle barricate e consacrando definitivamente il mito. Quanto la morte di Picelli abbia scosso l’Oltretorrente è confermato dalle tante testimonianze raccolte nel 1982 in occasione della mostra storica “Dietro le Barricate”, allestita a Parma. Lo sforzo di conservare la memoria della rivolta di Parma e della lotta contro l’assalto squadrista si esalta davanti al tentativo sistematico del fascismo parmense di delegittimare l’impresa di Picelli e compagni, attraverso la denigrazione e la ridicolizzazione dell’evento. L’assalto fascista alla memoria delle barricate si articolò in diverse direzioni: l’occupazione fisica degli spazi urbani teatro della rivolta (con monumenti, cerimonie e sfilate, distruzione materiale di una parte del quartiere all’inizio degli anni Trenta), demolizione morale e umana dei protagonisti delle barricate, denigrazione degli abitanti dei borghi e l’utilizzo per guadagnarsi la simpatia dei lavoratori dell’unico eroe proletario recuperabile dal fascismo: Filippo Corridoni. Già all’indomani della vittoria degli Arditi del Popolo la stampa fascista e quella filo-fascista cittadina avviò il lavoro di denigrazione degli abitanti dei quartieri popolari, toccando punte di vero e proprio razzismo. Gli esempi sono tantissimi. La responsabile del Fascio femminile Nella Zinzani che parlò di “teppaglia delinquente” e di “malfattori e pregiudicati” o il Podestà di Parma Mantovani che definì gli abitanti dei borghi “troppo incivili” per abitare le case nuove costruite al poste di quelle fatiscenti ed insalubri abbattute in occasione del programma di riqualificazione dell’Oltretorrente agli inizi degli anni Trenta. Ma più in generale, per tutti gli anni Venti e, periodicamente, durante gli anni Trenta, la propaganda del regime non perse occasione per descrivere la passione politica e lo spirito ribelle degli abitanti dei quartieri popolari in termini folcloristici e denigratori, ereditando e accentuando gli stereotipi creati dalla borghesia moderata e conservatrice in età prefascista. Fu attraverso il mito di Filippo Corridoni, eroe del proletariato dell’Oltretorrente, leader del sindacalismo rivoluzionario e protagonista della stagione dell’interventismo democratico nel 1914, che il Fascio di Parma tentò di far breccia nei cuori del popolo dell’Oltretorrente. Il monumento a lui dedicato ne rappresentò il momento più alto che intese unire l’esaltazione dell’eroe con l’occupazione fisica dell’Oltretorrente, ora finalmente conquistato al fascismo. La Casa dei Corridoniani, gli elementi di politica assistenziale promossa dal regime e le tante celebrazioni con tanto di discorsi, sfilate per le vie del quartiere e pubblicazioni a stampa avevano il compito di rappresentare l’Oltretorrente ormai fascista. Un lungo, impari, braccio di ferro culminato con la vittoria dell’antifascismo di cui la memoria della resistenza del 1922 ne rappresentava il simbolo e l’evento fondante, se nel 1939 un ispettore del Partito nazionale fascista informava il ministero dell’Interno che “nel rione famoso di oltre torrente –dove si era portato per ascoltare gli umori della popolazione poté accertare- che gli abitanti di esso sono rimasti quelli che erano prima dell’avvento del Fascismo… Quanto a pensiero politico, debbo segnalare che chiacchierando un po’ con diversi elementi ho tutta la convinzione che nel complesso la popolazione è ancora permeata di antifascismo”. Pochi anni dopo sarebbero sorti i primi distaccamenti partigiani, organizzati dal Partito comunista di Parma costituiti in prevalenza dai giovani dell’Oltretorrente, intitolati agli eroi, divenuti poi comunisti, della lotta del ’22, come Guido Picelli ed Enrico Griffith.