Parlare della memoria delle Barricate
antifasciste del 1922 durante il ventennio potrebbe sembrare esercizio
inutile ed ininfluente rispetto alla costruzione di una memoria pubblica
della “rivolta di Parma” che si verificò in età repubblicana.
È però corretto sostenere che, in realtà, malgrado gli sforzi del
Fascio locale per cancellare quel ricordo, una memoria delle cinque
giornate e della lotta antifascista dei primi anni Venti sopravvisse,
seppure nell’ombra, durante il ventennio. Attraverso il metodo
storico e l’uso ampio delle diverse fonti recuperabili è possibile
ricostruire i fili della memoria delle barricate e, al contempo, i
tentativi escogitati dalla propaganda fascista e dalle istituzioni
fascistizzate di delegittimare quella memoria e di ridurla ad evento
marginale e folcloristico, esaltando nel contempo la “vera rivoluzione
italiana” nell’avvento del fascismo. Le leggi del regime
che vietarono la libertà d’espressione impedirono, com’è
ovvio, la pubblicazione di testi che raccontassero della resistenza
popolare contro l’avanzata violenta del fascismo. Non si trattò
però di una chiusura ermetica e qualche cosa riuscì a passare attraverso
la maglia della censura. Tra questi anche un testo di Biagio Riguzzi,
socialista riformista negli anni prefascisti, che nel 1931 riuscì
a pubblicare, per le edizioni Laterza, un volume che ricostruiva le
vicende del socialismo parmense attraverso le sue maggiori figure,
Luigi Musini e Agostino Berenini. In Sindacalismo e riformismo nel
parmense, Riguzzi trovò modo di accennare alla “resistenza”
opposta “alle camicie nere che occuparono la città e la Provincia”
da parte degli abitanti dell’Oltretorrente e dell’altro
quartiere proletario, raccolto attorno ai borghi Valorio e Naviglio,
e allo spirito genuino e generoso di quei ceti popolari urbani e della
loro “tradizione rivoluzionaria”. Quanto fosse conosciuto
il libro di Riguzzi non è facile sapere, certo non dai proletari dell’Oltretorrente
che affidarono la conservazione del ricordo delle cinque giornate
alla memoria privata. L’ampiezza dell’evento investì tutti
i quartieri popolari e finì per coinvolgere tutti i loro abitanti,
in termini attivi -partecipando alle squadre armate- e passivi, assistendo
ai combattenti, consapevoli che l’arrivo dei fascisti avrebbe
posto in pericolo le loro case e la loro stessa vita. Le dimensioni
dell’evento erano di per sé garanzia che esso non sarebbe stato
dimenticato, ma questo non sarebbe stato sufficiente. Fu la memoria
privata dei combattenti armati e dei lavoratori più politicizzati
a garantire che il racconto dell’epopea degli uomini di Guido
Picelli avrebbe attraversato il ventennio, in segreto tra le mura
delle abitazioni, nelle osterie fumose dei borghi, nel chiacchiericcio
di strada. La rivolta di Parma divenne patrimonio anche dell’antifascismo
in esilio. Non solo perché molti dei protagonisti furono costretti
a fuggire, soprattutto in Francia, per evitare le persecuzioni del
governo fascista ma anche grazie all’uscita del testo “La
rivolta di Parma” pubblicato sul periodico “Lo stato operaio”
a Parigi nel 1934, nel quale Picelli pose in evidenza l’unità
raggiunta dai lavoratori a Parma in occasione della difesa della città
popolare dall’assalto delle squadre nere e l’importanza
del ruolo svolto dagli Arditi del Popolo nel dirigere la lotta. Quando
Guido Picelli morì in Spagna, combattendo per la Repubblica contro
l’esercito di Franco insorto contro il legittimo governo spagnolo,
la notizie ebbe grande rilevanza, non solo in esilio ma anche tra
i borghi di Parma, dove essa corse veloce di casa in casa, percorrendo
i borghi, rinnovando la memoria delle barricate e consacrando definitivamente
il mito. Quanto la morte di Picelli abbia scosso l’Oltretorrente
è confermato dalle tante testimonianze raccolte nel 1982 in occasione
della mostra storica “Dietro le Barricate”, allestita
a Parma. Lo sforzo di conservare la memoria della rivolta di Parma
e della lotta contro l’assalto squadrista si esalta davanti
al tentativo sistematico del fascismo parmense di delegittimare l’impresa
di Picelli e compagni, attraverso la denigrazione e la ridicolizzazione
dell’evento. L’assalto fascista alla memoria delle barricate
si articolò in diverse direzioni: l’occupazione fisica degli
spazi urbani teatro della rivolta (con monumenti, cerimonie e sfilate,
distruzione materiale di una parte del quartiere all’inizio
degli anni Trenta), demolizione morale e umana dei protagonisti delle
barricate, denigrazione degli abitanti dei borghi e l’utilizzo
per guadagnarsi la simpatia dei lavoratori dell’unico eroe proletario
recuperabile dal fascismo: Filippo Corridoni. Già all’indomani
della vittoria degli Arditi del Popolo la stampa fascista e quella
filo-fascista cittadina avviò il lavoro di denigrazione degli abitanti
dei quartieri popolari, toccando punte di vero e proprio razzismo.
Gli esempi sono tantissimi. La responsabile del Fascio femminile Nella
Zinzani che parlò di “teppaglia delinquente” e di “malfattori
e pregiudicati” o il Podestà di Parma Mantovani che definì gli
abitanti dei borghi “troppo incivili” per abitare le case
nuove costruite al poste di quelle fatiscenti ed insalubri abbattute
in occasione del programma di riqualificazione dell’Oltretorrente
agli inizi degli anni Trenta. Ma più in generale, per tutti gli anni
Venti e, periodicamente, durante gli anni Trenta, la propaganda del
regime non perse occasione per descrivere la passione politica e lo
spirito ribelle degli abitanti dei quartieri popolari in termini folcloristici
e denigratori, ereditando e accentuando gli stereotipi creati dalla
borghesia moderata e conservatrice in età prefascista. Fu attraverso
il mito di Filippo Corridoni, eroe del proletariato dell’Oltretorrente,
leader del sindacalismo rivoluzionario e protagonista della stagione
dell’interventismo democratico nel 1914, che il Fascio di Parma
tentò di far breccia nei cuori del popolo dell’Oltretorrente.
Il monumento a lui dedicato ne rappresentò il momento più alto che
intese unire l’esaltazione dell’eroe con l’occupazione
fisica dell’Oltretorrente, ora finalmente conquistato al fascismo.
La Casa dei Corridoniani, gli elementi di politica assistenziale promossa
dal regime e le tante celebrazioni con tanto di discorsi, sfilate
per le vie del quartiere e pubblicazioni a stampa avevano il compito
di rappresentare l’Oltretorrente ormai fascista. Un lungo, impari,
braccio di ferro culminato con la vittoria dell’antifascismo
di cui la memoria della resistenza del 1922 ne rappresentava il simbolo
e l’evento fondante, se nel 1939 un ispettore del Partito nazionale
fascista informava il ministero dell’Interno che “nel
rione famoso di oltre torrente –dove si era portato per ascoltare
gli umori della popolazione poté accertare- che gli abitanti di esso
sono rimasti quelli che erano prima dell’avvento del Fascismo…
Quanto a pensiero politico, debbo segnalare che chiacchierando un
po’ con diversi elementi ho tutta la convinzione che nel complesso
la popolazione è ancora permeata di antifascismo”. Pochi anni
dopo sarebbero sorti i primi distaccamenti partigiani, organizzati
dal Partito comunista di Parma costituiti in prevalenza dai giovani
dell’Oltretorrente, intitolati agli eroi, divenuti poi comunisti,
della lotta del ’22, come Guido Picelli ed Enrico Griffith.