Centro studi per la stagione dei movimenti
Memorie d’agosto
Le barricate antifasciste nell’Italia repubblicana
Seminario di studi - Parma, 7 dicembre 2002

Il fumo delle barricate La memoria delle “barricate” nei fumetti dell’Italia repubblicana
Juri Meda

 

Illustrazione di Carlo Riccardi tratta da Marco Minardi, Racconto d'agosto, Parma, Club Agorà, 1996.Lo studio che qui presentiamo si propone di prendere in analisi un ristretto numero di pubblicazioni a fumetti prodotte a partire dalla seconda metà degli anni ’70 sul tema delle barricate antifasciste di Parma del 1922 e di capire quale memoria dell’evento esse siano state in grado di trasmettere ed imprimere nell’immaginario collettivo. I testi ai quali si è fatto riferimento sono i seguenti: La storia degli arditi del popolo di Armando Ceste e Gianfranco Torri (Savelli, Roma 1976); Parma città d’oro di Marzio Dall’Acqua e Marzio Lucchesi (Albertelli, Parma 1979); Racconto d’agosto di Marco Minardi e Carlo Riccardi (Club Agorà, Parma 1996). In realtà, per nessuna delle pubblicazioni suddette è corretto parlare di fumetti tout court, ma bensì di “narrativa per immagini”. Per quanto riguarda la storia di Ceste e Torri - infatti - si tratta di un adattamento del noto volume di Renzo Del Carria Proletari senza rivoluzione, all’interno del quale fumetti ed immagini si frappongono a brani tratti direttamente dal testo di Del Carria. Pure il volumetto di Dall’Acqua e Lucchesi adotta una forma ibrida, per cui i testi storici di Dall’Acqua s’alternano ai vivaci fumetti di Lucchesi, finendo col risolversi in una sorta di “libro ad incastro” che narra la storia della città di Parma dalla preistoria all’età contemporanea. Racconto d’agosto, infine, scinde in due parti ben distinte i testi di Minardi e le vignette di Riccardi, il cui tratto sporco e veristico contribuisce a storicizzare il soggetto ed a sottrarlo alla caricaturalità connotante i lavori di Torri e Lucchesi. Non fumetti, dunque, o almeno non del tutto fumetti. Questa diffidenza nei confronti del linguaggio fumettistico, in quanto già di per sé efficace veicolo di cultura e di acculturamento senza bisogno di un nobilitante corredo testuale, datava dall’immediato dopoguerra e sopravvisse a lungo nel nostro paese. Le vignette di Torri e Lucchesi - per quanto ancora inserite all’interno di una cornice testuale e quindi private in parte della propria carica innovativa - contribuirono a sdoganare il fumetto in quanto «forma autonoma di scrittura per immagini e parole», in grado di fornire al lettore «un approccio con la storia diverso da quello tradizionale, meno impacciato, meno paralizzante, più immediato, più dissacrante, forse, ma certo non retorico, né miticizzante» (come sottolineava Marzio Dall’Acqua nella introduzione a Parma città d’oro). Il fumetto può fare storia e può quindi trasmettere memoria degli eventi, di ciò che è stato. Quale tipo di memoria viene trasmessa delle barricate del ’22 per mezzo dei testi soprelencati? Per rispondere a questa domanda, occorre tenere presente il contesto storico nel quale essi furono prodotti. Se La storia degli arditi del popolo venne dato alle stampe nel 1976, quando il piombo neofascista aveva imposto un’interpretazione fortemente ideologizzata della lotta al fascismo e quindi delle barricate stesse, Racconto d’agosto uscì invece su iniziativa della Lega Provinciale delle Cooperative nel 1996, quando la definitiva chiusura del periodo della “tensione” permetteva di effettuare una ricostruzione dei fatti politicamente più neutra e storiograficamente più articolata. Partendo dall’analisi contenutistica ed iconografica dei testi, lo studio cercherà di dimostrare quanto i fumetti prodotti sulle barricate fossero figli dei loro tempi e proponessero sulla base di ciò un determinato modo di intendere i fatti del ’22 e di farne memoria. Interessante - ad esempio - la forte caratterizzazione fornita da Torri ai fascisti, i quali non sono uomini come quelli che si trovano a combattere dall’altra parte delle barricate, ma orribili orchi dai grugni deformi e dai denti aguzzi, energumeni muniti di bastoni e coltellacci pronti a menar le mani e travolgere ogni cosa come una mandria impazzita. Questa rappresentazione del fascista corrisponde a quella data da Elio Vittorini nel romanzo Uomini e no, nel quale i partigiani sono i veri uomini, mentre i loro diretti avversari sono dei “non uomini”, delle bestie selvagge, degli antropofagi. Certo - nel 1976 - i fascisti tornano ad essere assassini, a mettere bombe, a compiere stragi e quindi è come tali che vengono presentati all’immaginario collettivo. Scelta che invece non avrebbe più senso nel 1996, quando la stagione eversiva poteva ormai dirsi conclusa.