Centro studi per la stagione dei movimenti
Memorie d’agosto
Le barricate antifasciste nell’Italia repubblicana
Seminario di studi - Parma, 7 dicembre 2002

Il racconto delle istituzioni Gli affreschi di Armando Pizzinato nel Palazzo della Provincia di Parma 1953 - 1956
Sabrina Michelotti

 

Affresco di Armando Pizzinato nella sala del consiglio del Palazzo della Provincia a Parma (particolare). Nel 1953 a Parma viene promossa l’iniziativa di un concorso per affrescare la sala del consiglio del palazzo provinciale. La giunta comunale e la giunta provinciale sono dirette dal PCI e dal PSI. Primo Savani è presidente della Provincia, presidente dell’ANPI provinciale, consigliere comunale, dirigente del PCI. E’ sua l’idea di affrescare la sala del Consiglio dopo la ricostruzione dell’ala distrutta dai bombardamenti. Savani si propone di ricordare all’interno di un’istituzione, la Provincia, gli scioperi del 1908, le Barricate, la Resistenza, il lavoro operaio e contadino. Temi inediti a Parma che gli permettono di contribuire alla costruzione di un racconto nazionale che leghi direttamente il Risorgimento, le lotte sindacali del primo novecento, la resistenza. In questo momento la memoria della resistenza e delle barricate del 1922 è contesa: il PCI vuole legittimare la sua presenza, la presenza di un partito di origine rivoluzionaria, all’interno delle istituzioni, la DC non vuole lasciare sgombro il campo al partito avversario e vuole definirsi garante della democrazia e delle istituzioni. Le Barricate si inseriscono in questo dibattito come episodio che prelude alla Resistenza, all’unione del CLN, all’unità di tutte le forze politiche democratiche in lotta contro il fascismo. Dopo l’estromissione dal governo delle sinistre avvenuta nel 1947 ad opera di De Gasperi inizia un irrigidimento nei rapporti tra forze conservatrici e partiti di sinistra, accentuato anche dal clima di guerra fredda che influenza la politica italiana ed europea. Nel 1953 i segnali cominciano a cambiare, anche se in modo discordante: alle elezioni anticipate la DC perde voti mentre le sinistre risalgono, il governo dal 1954 sarà guidato prima da Scelba e poi da Segni. Il ruolo della DC e delle forze conservatrici tuttavia non si riduce solo al controllo politico centrale ma si inserisce fortemente anche nelle amministrazioni locali, influenzandone e limitandone fortemente l’autonomia che, prima del 1970, è molto limitata. Diventa dunque chiaro come la produzione artistica attorno alla guerra di liberazione sia, per lo meno ufficialmente da parte delle forze conservatrici, messa da parte o appoggiata con molta cautela, costruendo narrazioni in cui le parti si confondono e tutti i caduti vengono commemorati riunendoli in un’unica grande tragedia collettiva senza distinzioni. A Parma, invece, il 3 giugno 1953 con delibera della giunta provinciale si indice il concorso per la decorazione della Sala del Consiglio provinciale. Questo di Parma è uno dei pochi esempi di affreschi realizzati e tuttora esistenti, tutti gli altri sono andati perduti. Il 31 agosto del 1953 la commissione giudicatrice dei bozzetti decide all’unanimità di affidare il lavoro ad Armando Pizzinato. Conoscere Armando Pizzinato diventa fondamentale per capire le motivazioni che hanno portato alla sua scelta. Da alcune testimonianze emerge chiaramente la volontà di Savani di chiamare Pizzinato ad affrescare la sala e possiamo presumere con certezza che il suo parere influenza notevolmente il giudizio della commissione. Pizzinato è una personalità molto complessa, pittore di fama internazionale, è in contatto con gli ambienti artistici e intellettuali più avanzati del momento, in Italia e all’estero. E’ uno degli artisti che ha fondato il Fronte Nuovo delle Arti, un gruppo di artisti profondamente impegnati nel rinnovamento della cultura pittorica italiana. Nel 1950, il Fronte Nuovo delle arti si spacca, da una parte c’è chi procede nella direzione dell’astrattismo dall’altra, Pizzinato e Guttuso in primis, scelgono di seguire la strada del realismo. Si tratta di una scelta etica del lavoro artistico, intellettuale: l’artista si mette al servizio del popolo, diventa portavoce delle masse. I soggetti degli affreschi vengono concordati direttamente da Savani e Pizzinato. Al di là dei tempi d’esecuzione, il percorso narrativo che si offre allo sguardo di chi entra nella sala è così strutturato: la visione frontale della costruzione del ponte, lateralmente di fronte allo scranno della presidenza, l’episodio delle Barricate e di seguito l’eccidio di Bosco di Corniglio, sulla parete ovest vi è il grande affresco della trebbiatura, alle spalle del banco della giunta lo stemma della provincia ricamato su un arazzo. L’affresco che riguarda le barricate rivela uno studio attento delle foto di Amoretti, colui che da fotografo, abitante dell’Oltretorrente, riprende gli avvenimenti e costruisce l’iconografia da cui discesero tutti i dipinti che seguirono. C’è una serie di citazioni e di rimandi che vanno dalla narrazione ottocentesca della rivoluzione a modelli cristiani cattolici molto antichi. I dettagli del tricolore e della bandiera rossa sono i dettagli che meglio definiscono il momento storico in cui gli affreschi sono stati dipinti, li calano nella contemporaneità. Per Savani, come per tanti partigiani anche con diversa connotazione politica, la resistenza è stata vissuta come un “secondo risorgimento”. Delle lotte per l’unificazione nazionale del secolo XIX, le sinistre ponevano l’accento sulla partecipazione popolare e quella delle élite intellettuali unite per sconfiggere le forze reazionarie, mentre le forze moderate e cattoliche ricordavano il risorgimento sottolineando la linea di continuità tra lo stato liberale della seconda metà dell’ottocento e lo stato democratico nato dopo la guerra. Anche i richiami alla Costituzione diventano fondamentali nella lettura complessiva degli affreschi. La Costituente fu il momento di unione di tutte le forze antifasciste, da quell’evento tutti i partiti ricevettero la legittimità come forze democratiche ad agire dentro le istituzioni, a rendere democratica la vita dei cittadini. Per il PCI era dunque fondamentale diventare forza “affidabile”, di matrice rivoluzionaria ma inserita ora nel pieno gioco democratico. La legittimazione di sé non è l’unico obiettivo che le istituzioni si propongono con questo ciclo narrativo. Gli intenti dell’operazione infatti sono anche altri: la costruzione del senso di appartenenza ad una comunità unita, il perpetuarsi del ricordo del dolore e delle lotte condotte ma anche riaprire un dialogo con le altre forze politiche, ricucire gli strappi avvenuti qualche anno prima con l’estromissione delle sinistre dal governo. Le scene di lavoro agricolo e operaio sono quelle che concludono e definiscono ulteriormente il senso dell’operazione effettuata da Savani. Queste scene non sono rappresentate solo come corollario degli episodi storici, ne sono il fondamento e l’epilogo. Il fondamento perché è da quelle campagne e da quella città che si delinea il ritratto della Parma antifascista. L’epilogo perché l’etica del lavoro, la dignità sociale e personale dei cittadini, il riconoscimento del lavoro come limite alla proprietà sono i principi su cui si fonda la Costituzione sia che si trattasse della versione codificata della “Repubblica fondata sul lavoro” sia della versione più incisiva e rivoluzionaria preferita dai comunisti e socialisti della “Repubblica democratica dei lavoratori”. La celebrazione non solo della resistenza ma anche e soprattutto della Costituzione e dell’unità di tutte le forze che porta alla costituente è il significato ultimo dell’intera operazione. Il 30 giugno del 1956 fu inaugurato il monumento al Partigiano, nel piazzale antistante la provincia, il 13 ottobre dello stesso anno, con una cerimonia molto più semplice fu inaugurato il salone consigliare con i nuovi affreschi. L’uno e l’altro testimoniavano della volontà di costruire una “religione civile” ma, se il monumento divenne un simbolo importante per la città, collegato com’era all’antifascismo e alla resistenza, immediatamente leggibile nella sua interezza, i dipinti della sala consigliare anche se di un livello pittorico molto alto, rimasero ai margini della cultura cittadina. Il messaggio più complesso li rendeva difficilmente leggibili. Nonostante lo stile realista, era il linguaggio pittorico in sé che, a metà degli anni ’50, richiedeva ormai chiavi di lettura molto complesse, che non tutti avevano. Il messaggio era diventato non più leggibile, difficilmente interpretabile. L’intento di comunicare una serie di valori e di perpetuare il ricordo non solo della resistenza ma anche dei principi in nome dei quali si promulgò una Costituzione, comunicare quest’intento dunque tramite il linguaggio “alto” della pittura poteva essere letto solo da pochi. La cultura di massa, con differenti linguaggi e valori, relegò il “murales” ad un ruolo di secondo piano ben lontano dagli intenti etici e divulgativi che gli artisti e gli intellettuali si proponevano.