Guido
Picelli, La rivolta di Parma, in “Lo Stato Operaio”, a. VIII, n. 10,
ottobre 1934, Paris, pp. 753-760.
Parma
fu, per molto tempo, uno dei centri principali del sindacalismo italiano
e dove la locale Camera del Lavoro ebbe come dirigente nei diversi
periodi, le figure più note del movimento sindacale «apolitico»
di allora: Rossoni, Michele Bianchi, Filippo Corridoni e De Ambris.
I socialisti, all’infuori di una zona ,limitata a pochi comuni della
«Bassa – Parmense», non riuscirono mai in tanti anni di
lotta, ad estendere la loro organizzazione a tutto il resto della
provincia né a distogliere le masse operaie e contadine dall'influenza
della propaganda anarcoide dei capi sindacalisti.
Fu soltanto dopo la guerra, in seguito al tradimento di costoro che
si erano dati all’interventismo, e col mutare della situazione, che
la maggioranza del proletariato parmense aderì alla Camera
confederale e si orientò verso il Partito socialista. I sindacalisti,
divisi in due tendenze (interventisti e Unione sindacale italiana)
non ebbero oramai al loro seguito che uno scarso numero di operai
organizzati. Subito dopo il congresso di Livorno un discreto gruppo
fra operai e contadini, aderì al Partito comunista. Una piccola
parte dei contadini dell’Alto parmense fu col Partito popolare che
ebbe come esponente massimo Giuseppe Micheli di Parma, ministro dell’agricoltura.
Queste suddivisioni non corrisposero alla volontà della massa
la quale ebbe sempre vivo il senso dell’unità. Furono artificialmente
create e mantenute dai capi socialdemocratici e dai vecchi esponenti
sindacalisti che vedevano nell’unità la fine della loro politica
di alleanza coi nemici aperti e dichiarati della classe operaia. L’opera
di sabotaggio a tutti i tentativi fatti dal basso di creare un solo
organismo di classe fu tale che Amilcare De Ambris, segretario della
Camera del lavoro sindacalista (attualmente fascista), e Alberto Simonini,
socialriformista, segretario della Camera del lavoro confederale,
furono bastonati dagli stessi operai organizzati.
Parma
fa circa settantamila abitanti ed è attraversata dal torrente
omonimo che divide la città in due parti: l’una di maggior
estensione detta «Parma nuova» ed abitata particolarmente
dalla borghesia; l’altra «Parma vecchia» o anche «Oltretorrente»
con maggioranza operaia.
Il proletariato parmense ha una tradizione di lotte barricadiere che
risale alla rivolta del 1898 e prima ancora. Lo sciopero agricolo
del 1908, durato per dei mesi in tutta la provincia, fu una delle
agitazioni più importanti dei contadini d’Italia.
La struttura economica della provincia di Parma è costituita
da proprietà terriera, grande, media e piccola, con fittavoli,
mezzadri e bracciantato. In città e suburbio, artigianato e
piccola industria: officine meccaniche, calzaturifici, profumi, zuccherificio,
pastifici, conserve alimentari.
Il fascismo locale non è mai riuscito, né con la propaganda
né con l’azione a svilupparsi e a dominare come nelle altre
provincie. Gli «Arditi del Popolo» sorti anche a Parma
sin dal 1921 per iniziativa di un gruppo di operai di tendenze diverse,
contro la volontà dei capi degli organismi politici e sindacali,
tennero testa per più di un anno, in città e nella campagna,
alle camice nere con una continua ed incessante attività difensiva
ed offensiva. Qui il movimento si differenziò un poco da quello
delle altre provincie per la sua maggiore disciplina e per l’applicazione
tecnica nella tattica delle operazioni armate di strada. Il comando
dei gruppi degli «Arditi del Popolo» prevedendo la spedizione
punitiva in grande stile, da tempo preparò oltreché
gli animi, il piano difensivo e procurò i mezzi necessari per
affrontare e respingere il nemico. I capi squadra scelti fra gli operai
militari, ebbero il compito dell’addestramento degli uomini, mentre
gli addetti ai servizi speciali furono incaricati di mantenere il
contatto coi soldati dei reggimenti di permanenza a Parma per il rifornimento
di armi e munizioni.
L’Alleanza del lavoro, costituitasi sotto la pressione delle masse,
aveva il 31 luglio proclamato lo sciopero generale nazionale; ma il
Comitato centrale dell’Alleanza stessa, influenzato dai capi socialdemocratici,
che vi rappresentavano i massimi organismi, all’intimazione di Mussolini
e alle minaccie di rappresaglie, lo fecero subito cessare, ordinando
la ripresa del lavoro. La situazione precipitava. Gli «Arditi
del Popolo» senza il partito che gli indicasse la linea politica
e gli obiettivi rivoluzionari da raggiungere, avevano esaurito lo
slancio offensivo, nella pura e semplice contro – azione squadrista.
Nell’Emilia, nel Veneto, nella Liguria, nella Toscana, ove maggiore
fu la resistenza del proletariato, nelle file operaie si erano prodotti
dei vuoti per le numerose perdite subite, rotti i legami fra le azioni
difensive, località ripetutamente battute dalle bande armate
nemiche; le masse, nuovamente costrette alla ritirata. La vittoria
del fascismo non era però ancora completa. C’era ancora una
posizione nell’Emilia che resiste: Parma.
Nella notte dall’uno al due agosto, giunsero i primi reparti di camicie
nere con autocarri provenienti dalle provincie emiliane, dal Veneto,
dalla Toscane e dalle Marche, equipaggiati ed armati di moschetti
nuovissimi, rivoltelle, bombe e pugnali, e provvisti di una grande
quantità di munizioni; squadristi scelti, provati ed esperti
nella tattica della spedizione punitiva.
L’ammassamento venne fatto nei pressi della stazione ferroviaria,
da Barriera Garibaldi al ponte di Circonvallazione. Alla testa delle
colonne erano i consoli: Moschini, Farinacci, Raineri, Arrivabene,
Barbiellini, Ponzi ed altri minori. Comandante in capo della spedizione,
commendator Signorile, dopo aver dichiarato ai membri del Comitato
locale dell’Alleanza del Lavoro, che nulla avrebbe potuto fare per
impedire il concentramento, fece ritirare dalle due caserme situate
nell’Oltretorrente i carabinieri e le guardie Regie, per lasciare
alle camicie maggiore libertà d’azione.
Il Comando degli «Arditi del Popolo» appena ebbe notizia
dell’arrivo dei fascisti, convocò d’urgenza capi squadra e
capi gruppo dette loro disposizioni per la costruzione immediata di
sbarramenti, trincee, reticolati con l’impiego di tutto il materiale
disponibile. All’alba, all’ordine di prendere le armi e di insorgere,
la popolazione operaia scese per le strade, impetuosa come acque di
un fiume che straripi, con picconi, badili, spranghe ed ogni sorta
di arnesi, per dar mano agli «Arditi del Popolo» a divellere
pietre, selciato, rotaie del tramway, scavare fossati, erigere barricate
con carri, banchi, travi, lastre di ferro e tutto quanto era a portata
di mano. Uomini, donne, vecchi, giovani di tutti i partiti e senza
partito furono là, compatti, fusi in una sola volontà
di ferro: resistere e combattere.
In poche ore i rioni popolari della città presentarono l’aspetto
di un campo trincerato. La zona occupata dagli insorti fu divisa in
quattro settori: Nino Bixio e Massimi D’Azeglio nell’Oltretorrente;
Naviglio e Aurelio Saffi in Parma Nuova. Ad ogni settore corrispose
un numero di squadre in proporzione alla sua estensione: ventidue
nei settori dell’Oltretorrente; sei nel rione Naviglio, quattro nel
rione Aurelio Saffi. Ogni squadra era composta di otto – dieci uomini,
e l’armamento costituito da fucili modello 1891, moschetti, pistole
d’ordinanza, rivoltelle automatiche, bombe S.I.P.E. Soltanto una metà
degli uomini poterono essere armati di fucile o di moschetto. Tutte
le imboccature delle piazze, delle strade, dei vicoli, vennero sbarrate
da costruzioni difensive. Nei punti ritenuti tatticamente più
importanti furono rafforzati da vari ordini di reticolato e il sottosuolo
venne minato. I campanili, trasformati in osservatori numerati. Per
tutta la zona fortificata i poteri passarono nelle mani del Comando
degli «Arditi del Popolo», costituito da un ristretto
numero di operai, in precedenza eletto dalle squadre, fra i quali
fu ripartita la direzione delle branche di servizio: difesa e ordinamento
interno, approvvigionamenti, sanità. Bottegai e classi medie
simpatizzarono con gli insorti e misero a loro disposizione materiale
vario e viveri.
Verso le nove i fascisti aprirono il fuoco. Per l’intera giornata
si susseguirono attacchi e contrattacchi lungo la linea di resistenza
ma che non produssero notevoli modificazioni alla situazione. Nella
notte qualche fucilata , piccole azioni da parte di pattuglie nemiche,
segnalate nel settore Naviglio, con razzi luminosi.
Al mattino seguente, Balbo , alla testa di un reparto di camicie nere,
venendo dal piazzale della Pilotta, attraversò il ponte Giuseppe
Verdi per tentare un’irruzione nelle linee degli «Arditi del
Popolo»; ma appena giunse in vista dei primi sbarramenti, resosi
conto della serietà del pericolo cui sarebbe andato incontro
se avesse ancora avanzato di un passo, rinunciò all’impresa
e si ritirò. subito dopo dalla destra del torrente i fascisti
ripresero il fuoco e da posizioni scoperte assaggiarono qua e là
la linea con rabbiose scariche di fucileria, in cerca di un punto
da sfondare. Ma i difensori della «Cittadella Operaia»,
distesi lungo l’argine di sinistra in posizione di «a terra»,
ed appostati dietro ripari e dalle case, risposero al fuoco con mirabile
sangue freddo calcolando il tiro con precisione, riuscendo spesso
a colpire il bersaglio visibilissimo
Contemporaneamente in Parma nuova, vennero danneggiati studi ed uffici
di professionisti, noti come socialisti, da parte di gruppi di camicie
nere. Ma gli attacchi più accaniti si svolsero attorno al Naviglio,
che per la sua particolare posizione topografica, presentava maggiori
difficoltà di resistenza. Dopo parecchie ore di combattimento,
il settore fu quasi accerchiato, Da via Venti Settembre le camicie
nere avanzarono in colonna serrata, risolute al definitivo assalto.
In quel momento decisivo non rimase che un solo e unico mezzo: uscire
e contrattaccare. Infatti gli «Arditi del Popolo», balzarono
dagli appostamenti al canto di «Bandiera Rossa» si lanciarono
a gran corsa contro il nemico. Furono pochi contro molti; uno di essi,
l’operaio Mussini Giuseppe, cadde colpito mortalmente. Ma gli «Arditi
del Popolo» non si arrestarono. Più alto si levò
il loro canto e più rapido si fece il loro tiro dei fucili
che già bruciavano nelle loro mani. Di fronte a quel gruppo
di eroi i fascisti presi da sgomento, ed immaginando che dietro le
barricate, nelle trincee e nelle case, si nascondessero chissà
quante forze e quali armi, indietreggiarono da tutti i punti fino
oltre Barriera Garibaldi.
Al terzo giorno, la situazione del Naviglio si aggravò nuovamente.
I fascisti bloccarono i passaggi obbligatori che conducevano all’Oltretorrente.
Il collegamento venne perduto. I colombi viaggiatori impiegati anch’essi
come mezzo di comunicazione, furono lanciati tutti. Finalmente, una
donna, un’operaia, con molte difficoltà riuscì a portarsi
nella sede del Comando degli «Arditi del Popolo» in Parma
Vecchia, e consegnare un biglietto che teneva nascosto nei capelli,
così concepito:
«Altri due morti: Nino Gazzola e Avanzini Ugo. Il portaordini
ferito. Munizioni «quasi esaurite; mancano i viveri. Si chiede
l’invio immediato di pallottole da fucile «e da rivoltella,
diversamente saremo costretti di ripiegare, nella notte, «sull’Oltretorrente.
Si attendono disposizioni. – Il comandante del settore.
La donna ritornò con quanti caricatori poté portare
celati nelle vesti e recò la risposta seguente:
«L’ordine è: resistere e morire sul posto. Voi ne siete
capaci. Troveremo il modo «di farvi pervenire munizioni e viveri
al più presto possibile. – Il Comando della «difesa operaia».
A qualunque costo bisognava impedire all’avversario il più
piccolo successo, anche perché fra le sue file si andavano
manifestando i primi sintomi di scoraggiamento. Le disposizioni furono
scrupolosamente osservate e la posizione fu mantenuta. Più
tardi il collegamento fu ristabilito, e il Naviglio ricevette munizioni
e farina di frumento prelevata al Mulino Scalini di Parma. Anche nell’Oltretorrente
i servizi andarono man mano migliorando: requisizione e distribuzione
di viveri, posti di medicazione, cucine, vigilanza, informazione,
rafforzamento delle costruzioni difensive. Grande fu la partecipazione
delle donne, le quali accorsero ovunque a prestar la l’opera loro
preziosissima e ad incitare.
Nel frattempo l’autorità militare, a cui il prefetto cedette
i poteri, si mise in comunicazione coi membri del Comitato locale
dell’Alleanza del Lavoro, capi socialisti, sindacalisti interventisti
e confederali, i quali non avendo potuto impedire apertamente alle
masse di insorgere, per tema di essere smascherati, vedendosi, in
quei giorni, esautorati e messi in disparte, accettarono di trattare
il compromesso impegnandosi di far opera di persuasione fra gli operai
per indurli a cessare la resistenza. L’avvocato Pancrazi, socialista,
e il commissario di P.S., Di Sero, mantennero il collegamento fra
costoro e il generale Lodomez, comandante del Presidio. Il giorno
5 a conclusione di tutta questa manovra, l’autorità militare,
credendo che anche in quel momento i capi socialisti e confederali
rappresentassero la volontà delle masse o comunque potessero
influire su di loro, inviò un battaglione di soldati nell’Oltretorrente
per disfare le trincee e le barricate e facendo saper che i fascisti
si sarebbero allontanati dalla città, a patto che la popolazione
deponesse le armi. Sennonché qui vi era un altro potere, quello
effettivo della massa, affidato al Comando degli «Arditi del
Popolo», che nessuno aveva interpellato, ma col quale bisognava
fare i conti.
«Le trincee non si toccano, esse costituiscono la legittima
difesa della vita degli operaie dei loro quartieri contro ventimila
camicie nere armate, venute da tutte le parti».
Questa fu la risposta. Gli ufficiali protestarono dicendo che avevano
l’ordine; ma gli operai non cedettero. Anch’essi avevano un ordine!
Il contegno dei soldati fu tale da non incoraggiare gli ufficiali
ad insistere troppo. Due ore dopo il battaglione venne ritirato. Le
manovre di compromesso furono sventate e il tentativo di disarmare
gli operai fallì.
Nelle prime ore del giorno sei, notizie certe informarono che lo Stato
Maggiore fascista aveva deciso di sferrare un’offensiva in forze contro
l’Oltretorrente, per le ore tre pomeridiane. Per quanto non fosse
possibile conoscere con precisione il piano d’attacco, purtuttavia
il comando della difesa ritenne che il punto in cui il nemico avrebbe
compiuto il massimo sforzo, cercando di sfondare, sarebbe stato alla
sinistra della linea ove il fianco presentava maggiore possibilità
di aggiramento, scendendo dai giardini pubblici attigui all’abitato
dell’Oltretorrente, ed ai quali si poteva accedere dalla via di Circonvallazione
a Nord della città.
Secondo la regola generale di tutte le guerre e quindi quella di strada
compresa, non bisogna mai lasciare all’avversario l’iniziativa, e
nel caso in cui si venga a conoscenza delle sue intenzioni e della
sua preparazione offensiva, occorre prevenirlo attaccando per primi,
costringendolo a modificare tutto il piano, con un’azione vigorosa
ed improvvisa.
Ma purtroppo gli insorti non furono nelle condizioni di passare all’offensiva
dato il numero non sufficiente di fucili e il quantitativo delle munizioni,
fortemente ridotto nei tre giorni di resistenza. Nessun aiuto fu possibile
avere all’ultimo momento dalla campagna, perché nelle località
temute, i fascisti inviarono piccoli distaccamenti impedendo il collegamento
con la città.
Venne però disposta la grande difesa, fatta con ogni mezzo
e che avrebbe dovuto impegnare il nemico fino all’ultimo uomo, in
tutte le forme possibili di combattimento. Dopo aver riuniti i capi
squadra per dar loro gli ordini necessari, il Comando degli «Arditi
del Popolo», fece una rapida ispezione per tutto il settore.
Il morale della massa si dimostrò elevatissimo; sembrò
quasi che l’annuncio dell’azione imminente delle camicie nere avesse
contribuito ad aumentare ancora di più il coraggio e l’entusiasmo.
Un elemento molto importante del successo, nella lotta armata, è
la certezza di vincere. E’ interessante osservare come questa certezza
fosse in ognuno assoluta; nessuno ebbe il più piccolo dubbio.
Nelle case si attese alla fabbricazione di ordigni esplodenti, di
pugnali fatti con lime, pezzi di ferro, coltelli, e alla preparazione
di acidi. Dalla finestra di una delle casupole di borgo Minelli, una
ragazza di diciassette anni, tenendo levata una scure ed agitandola,
gridò ai compagni sulla via: «Se vengono, io sono pronta!»
Alle donne vennero distribuiti recipienti pieni di petrolio e di benzina,
poiché in base al piano difensivo, nel caso in cui i fascisti
fossero riusciti ad entrare in Oltretorrente, il combattimento si
sarebbe svolto strada per strada, vicolo per vicolo, casa per casa,
senza risparmio di sangue, con lancio di liquidi infiammabili, contro
le camicie nere e sino all’incendio e alla distruzione completa delle
posizioni.
Le squadre degli «Arditi del Popolo» divisi in gruppi
di tre - quattro uomini, vennero disposte nel modo seguente: dieci
sulla linea del torrente in direzione dei ponti Verdi, di Mezzo e
Caprazzucca; dodici distese lungo il fianco nord ed appostate sui
tetti delle case e negli abbaini, in modo da poter battere i giardini
pubblici. Tutti gli operai che disponevano di un’arma qualsiasi da
fuoco e da taglio, od anche semplicemente di arnesi atti ad offendere,
vennero dislocati a gruppi in punti diversi, pronti ad accorrere ove
la necessità tattica lo avesse richiesto. Gli uomini agli osservatori
seguirono attentamente tutte le mosse dell’avversario.
Alle due circa, dalla destra del torrente, furono sparati i primi
colpi contro il settore Nino Bixio e presi d’infilata Borgo delle
Carra e Borgo Salici. Ulisse Corazza, artigiano, consigliere comunale
del Partito popolare (il partito dei cattolici) che qualche ora prima
si era presentato col proprio moschetto a un caposquadra, per chiedere
di partecipare al combattimento al fianco degli «Arditi del
Popolo», fu ferito gravemente alla testa da pallottola di fucile
e morì pochi minuti dopo. Si trattò di un’azione dimostrativa
tendente ab trarre in inganno i difensori sugli obbiettivi reali del
piano d’attacco, mentre alla sinistra del torrente reparti di camicie
nere, penetrati nei giardini pubblici, avanzarono in direzione del
muro di cinta. Non fu una sorpresa; prevista la manovra, gli «Arditi
del Popolo», dai posti di guardia, iniziarono immediatamente
il fuoco di fucileria con tiro regolato, in base agli ordini impartiti,
in modo da causare all’avversario le maggiori perdite possibili con
il minor consumo di munizioni. La spinta e la pressione degli assalitori,
forte in un primo tempo, andò a poco a poco indebolendosi fino
a cessare completamente qualche ora dopo. A nulla valsero gli incitamenti
dei comandanti. Di fronte alla precisione dei fucilieri proletari,
non fu più possibile avanzare. Lentamente al riparo delle piante,
le camicie nere ripiegarono sulle posizioni di prima. Durante la notte
l’attività dei fascisti si limitò a spari di molestia
di nessuna efficacia.
Alla mattina del sette, dagli osservatori si notarono movimenti confusi
e disordinati di colonne spostantesi da un punto all’altro della periferia
della città. Qualcosa di nuovo; ma che subito non fu possibile
comprendere con esattezza, stava per avvenire. Nell’Oltretorrente
giunsero le seguenti osservazioni: «Fra le camicie nere è
vivo il malcontento per le perdite subite. Gli ordini dei capi non
sono sempre eseguiti. Si diffonde il panico». Più tardi
il disordine, che andò aumentando in misura sempre maggiore,
divenne generale. I fascisti non più inquadrati e alla rinfusa,
si riversarono in tutte le direzioni; coi treni in partenza, con autocarri,
biciclette, a piedi, frettolosamente, senza comando. Non fu una ritirata,
ma addirittura lo sbandamento di una massa di uomini che prese d’assalto
tutti i mezzi di trasporto che incontrò, che si gettò
per le strade e fuori delle strade, per la campagna, come se temesse
di essere inseguita.
Al di qua e al di là del torrente, tutta la popolazione operaia
all’annuncio della partenza dei fascisti, si gettò per le vie
della città con armi e senza armi, in un’indescrivibile esplosione
di entusiasmo, e improvvisando imponenti cortei; mentre dalle finestre
delle case di Parma Vecchia, vennero esposti drappi rossi. La notizia
della vittoria operaia si diffuse rapidamente anche in provincia.
Molti proprietari di terre, presi da spavento perché sentirono
dire che sarebbero arrivati gli «Arditi del Popolo», abbandonarono
le abitazioni, fuggendo verso il cremonese.
L’autorità militare preoccupata, e temendo che dopo la sconfitta
delle camicie nere, il movimento, dalla città potesse stendersi
a tutto il Parmense e alle altre provincie, come del resto era nelle
intenzioni del comando degli «Arditi del Popolo» in quel
momento – il quale inviò, a mezzo di porta ordini, un appello
alle organizzazioni operaie di Milano e di Spezia, - proclamò
lo stato d’assedio ordinando che per le ore 15 fossero tolte le barricate
e disfatte le trincee. Il Comando della difesa operaia esaminò
immediatamente la nuova situazione, creatasi in seguito all’intervento
dell’autorità militare, e constatò la impossibilità
materiale di impedire alle forze dell’esercito , costituite localmente
da due reggimenti di fanteria, con sezioni di mitragliatrici e carri
armati, di un reggimento di cavalleria e da numerosa artiglieria,
di tenere l’Oltretorrente e i settori Naviglio e Aurelio Saffi.
Alle ore tre e dieci minuti il colonnello Simondetti , dopo aver fatto
sparare un colpo a polvere con uno dei due pezzi di artiglieria piazzati
sul ponte di Mezzo, avanzò seguito da autoblindate , da mitragliatrici
e dalla truppa, e procedette all’occupazione di tutti i quartieri
operai, ordinando ai soldati ,lo sgombero delle strade.
Le schiere di Balbo, ormai disperse vennero perdute di vista. La spedizione
punitiva in grande stile contro il proletariato parmense al quinto
giorno si trasformò in un disastro. Le camicie nere ebbero
trentanove morti e centocinquanta feriti. Dalla parte dei difensori
vi furono cinque morti e qualche ferito.
Due
mesi e mezzo dopo, poco prima della marcia su Roma, il fascismo si
preoccupò nuovamente della situazione di Parma. Balbo, nel
suo «Diario 1922» pubblicato due anni fa, parlando in
un suo incontro avvenuto a Roma con Mussolini e di una riunione della
direzione del Partito fascista dice tra l’altro:
«Tra le situazioni sospese a cui bisognava provvedere, vi era
quella di Parma. E’ «l’ultima roccaforte in mano alle forze
antinazionali. Rappresenta un luogo di rifugio «e un aiuto morale
per il sovversivismo italiano. Mussolini concorda con me nel «piano
d’azione che gli propongo… L’azione su Parma dovrebbe precedere «qualunque
avvenimento del moto insurrezionale» .
I capi fascisti pensavano che senza aver prima liquidata la resistenza
operaia in un punto strategico dell’Emilia, le operazioni di mobilitazione
per la marcia su Roma avrebbero potuto incontrare delle serie difficoltà.
Ma questa seconda azione non ebbe luogo. Nuovi elementi fecero precipitare
la situazione, Fascismo, grande industria, monarchia, si erano accordati
a proposito della cosiddetta marcia su Roma.
A distanza di anni l’esperienza di questi fatti permette di fare le
seguenti constatazioni:
Prima. - Di quale importanza sia il problema politico - militare e
la teoria della guerra civile, sino a ieri trascurata, se non ignorata
completamente; ma che oggi si impone al nostro studio come una necessità
assoluta.
Seconda. - Nei riguardi degli effetti ottenuti dall’azione armata,
la storia del movimento operaio italiano registra con la rivolta di
Parma un enorme successo, una battaglia di strada vinta in condizioni
di inferiorità numerica e di armamento, di grande sproporzione
di forze.
Terza. - Se gli «Arditi del Popolo» riuscirono a trascinare
tutta la massa operaia nella resistenza armata, insufficiente fu però
il lavoro di preparazione fra i soldati che, data la loro disposizione
morale e la particolare situazione, non sarebbe stato difficile attirare
alla solidarietà attiva col proletariato; come pure insufficiente
e cattiva fu l’organizzazione del collegamento con la provincia che
venne a mancare proprio nei momenti più difficili della lotta,
mentre un movimento coordinato dei contadini avrebbe permesso di passare
immediatamente all’offensiva.
Quarta. - Lo smascheramento completo dei socialdemocratici e dei capi
locali delle organizzazioni operaie, che attraverso il linguaggio
demagogico, nascondevano gli scopi reali della loro azione di asservimento
alla borghesia. Mentre parlavano ipocritamente di difesa degli interessi
, intralciando ed ostacolando la formazione spontanea del fronte unico
dal basso, facendo in tal modo il gioco dei fascisti. La ragione del
successo, oltre che alla nostra preparazione tecnica, sta soprattutto
nel fatto che il proletariato parmense, riuscì a liberarsi
e a mettere in disparte i suoi falsi capi, i nemici interni della
classe operaia, ed opporre finalmente al fascismo l’unione compatta
delle proprie forze.
Quinta. - L’errore di incomprensione politica, commesso anche dal
nostro Partito, allora ammalato di sinistrismo, nei riguardi degli
«Arditi del Popolo» opponendosi alla partecipazione individuale
nelle squadre dei suoi militanti. In quel momento le masse erano con
gli «Arditi del Popolo» o simpatizzavano per essi. Il
bordighismo, manifestazione tipica della mentalità piccolo
– borghese, aveva condotto il Partito sul terreno opportunistico dell’assenteismo
e fuori dalla realtà. Con la partecipazione individuale dei
comunisti alle squadre degli «Arditi del Popolo», Il Partito,
con un’azione propria avrebbe influito su tutta l’organizzazione conquistandone
la direzione e i comandi. Con un serio lavoro di preparazione e di
penetrazione nei sindacati riformisti e nell’esercito, avrebbe potuto
incanalare il movimento verso obbiettivi precisi, trascinare con gli
«Arditi del Popolo» tutto il resto della massa all’insurrezione
armata, arrestare la marcia della reazione in Italia, facendo deviare
il corso degli avvenimenti.
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